Frumento, mais, frutta, olio e carne: i dati Istat e ISMEA raccontano la perdita di capacità produttiva nei comparti strategici e la crescente dipendenza dalle importazioni. Cosa c’è da festeggiare? Perché la politica elude i problemi scappando dalle sue responsabilità?
Il Governo continua a parlare dei record dell’export e del fatturato agroalimentare. Le opposizioni ignorano il problema. Eppure, quello che succede nei campi è chiarissimo: perdiamo ettari coltivati, chiudono le stalle, diminuiscono i raccolti e per riempire gli scaffali compriamo sempre più cibo dall’estero.
Il report Istat sul ventennio 2006-2025 mette in fila numeri che sarebbe difficile ignorare ma che vengono ignorati: l’Italia ha perso capacità produttiva nei settori chiave della propria alimentazione, aumentando la dipendenza dalle forniture estere. Non perdiamo soltanto ettari e raccolti, ma la struttura stessa del settore: nel 2023 le aziende agricole erano poco più di 1,13 milioni, il 30,3% in meno rispetto al 2010, pari a oltre 490.000 realtà in meno.
Quando chiude un’azienda agricola non si cancella una semplice partita IVA: si disperdono lavoro, competenze, presidio del territorio e la possibilità che una nuova generazione continui quel mestiere.
Non basta chiamare in causa il clima. Istat mette in evidenza anche prezzi, costi, concorrenza internazionale e mutamenti della domanda. Il problema fondamentale non è soltanto che l’Italia importa sempre più cibo, ma capire perché produrlo nel nostro Paese sia diventato, per tanti agricoltori, meno conveniente che acquistarlo dall’estero.
Nei seminativi la contrazione è evidente. Le 18 specie principali considerate da Istat coprono nel 2025 il 35,7% della superficie agricola in produzione, con un calo di 13,7 punti percentuali rispetto al 2006.
La superficie a mais si è dimezzata (−51,2%) e i raccolti sono scesi del 42,7%. Il frumento tenero perde il 12,3% degli ettari e il 21,4% del raccolto rispetto al 2006, mentre il frumento duro cala del 15,5% nelle superfici e del 9,3% nella produzione.
Nel 2025 il bilancio fisico è netto: produciamo circa 59,5 milioni di quintali di frumento a fronte di 97 milioni importati, e circa 55 milioni di quintali di mais contro 70 milioni acquistati all’estero.
Istat segnala che la contrazione del mais deriva anche dalla forte concorrenza dei produttori esteri e dalla crescente dipendenza della zootecnia dai mercati internazionali dei mangimi. Intanto gli indici ISMEA mostrano quanto i costi degli input incidano sulla redditività agricola.
In molte produzioni, tra costi ancora elevati, rischi climatici e prezzi all’origine che non sempre remunerano adeguatamente il prodotto, la forbice economica per chi lavora la terra si chiude: il prezzo riconosciuto al campo può non remunerare adeguatamente il lavoro e il capitale investito, mentre sullo scaffale il prezzo del prodotto finito può continuare a crescere.
Stessa dinamica nella frutticoltura, dove tra il 2006 e il 2025 Istat registra cali produttivi in 11 specie su 14.
La produzione di pere scende del 60,6%, a fronte di un import cresciuto del 199,1%. Le pesche perdono il 40,7% della produzione nazionale, mentre le importazioni dall’estero segnano un +413,6%.
Mandorle e nocciole perdono circa il 30% dei raccolti interni rispetto al 2006, mentre l’import aumenta di oltre il 144%. Quando un frutteto viene espiantato, non si perde una cifra statistica, ma la capacità stessa di produrre cibo nel nostro Paese.
Il comparto dell’olio d’oliva mostra numeri ancora più netti: la produzione nazionale passa dai 603,3 milioni di litri del 2006 ai 378,6 milioni del 2025 (−37,6%).
Nel 2025, su circa 379 milioni di litri prodotti in Italia, 298 milioni prendono la via dell’esportazione e circa 81 milioni restano disponibili sul mercato interno. Per coprire il consumo nazionale dobbiamo importare 565 milioni di litri dall’estero.
Importiamo quindi circa 1,5 volte l’intera produzione nazionale e quasi 7 volte la quantità di olio italiano che rimane sul mercato interno dopo le esportazioni.
Negli allevamenti, nel confronto tra 2006 e 2025, i capi ovini scendono del 28,1%, i suini del 15,6% e i bovini del 12,2%.
Il peso morto macellato cala del 40,9% nei bovini e del 56,2% negli ovicaprini. Nel 2025 le importazioni di carne bovina, suina e ovicaprina raggiungono complessivamente circa 6,5 milioni di quintali, confermando una crescente dipendenza dalle forniture estere.
Intanto si riducono le superfici destinate alle foraggere (−27,5%) e ai prati permanenti (−37%), con conseguenze dirette sul presidio dei territori collinari e montani.
Non tutto arretra. Negli stessi vent’anni aumentano anche alcune produzioni: la soia (+94,6%), gli erbai monofiti (+97,1%) e il mais ceroso (+46,0%). Crescono inoltre le macellazioni avicole (+53,0%) e la resa media di latte per vacca (+54,0% al 2024).
Il mercato non sta semplicemente cancellando l’agricoltura: sta selezionando quale agricoltura debba sopravvivere. A resistere sono soprattutto i segmenti più integrati con la trasformazione industriale e le filiere capaci di lavorare su scala maggiore, mentre una parte crescente della produzione primaria di base viene progressivamente ridimensionata.
Il Sud concentra nel 2025 il 72,6% della produzione olivicola nazionale, il 43,1% del frumento duro e il 36,8% del pomodoro da industria, ma Istat registra nell’area un calo produttivo in ben 14 produzioni su 15.
Se queste colture sono gli assi portanti dell’alimentazione del Paese, perché chi le produce continua a sostenere da solo una parte così grande del rischio economico e climatico della filiera, senza una reale tutela del reddito?
Qui si misura i tre nodi politici fondamentali
Chi paga il costo della sicurezza alimentare?
Oggi una parte decisiva di quel costo ricade sull’agricoltore. È lui che affronta il rischio climatico e produttivo, sostiene la volatilità dei costi degli input, subisce la concorrenza internazionale e dispone di un potere contrattuale molto più debole rispetto agli altri soggetti della filiera.
All’altro capo della filiera, la possibilità di approvvigionarsi sui mercati internazionali consente a una parte dell’industria di mantenere la capacità di trasformare, confezionare ed esportare prodotti ad alto valore aggiunto anche quando la materia prima nazionale arretra.
Ma possiamo davvero continuare a definire “successo del Made in Italy” un sistema in cui il fatturato dell’agroalimentare cresce mentre si prosciuga la base produttiva agricola nazionale?
Gli scaffali pieni nei supermercati non sono la prova della sovranità alimentare. Possono essere, al contrario, il segnale di una crescente dipendenza dalle forniture internazionali.
Cosa aspetta la politica ad affrontare la crisi delle piccole e medie imprese del sistema produttivo agroalimentare?
E di fronte a questo progressivo ridimensionamento, occorre chiedersi cosa abbiano prodotto vent’anni di politiche pubbliche e di gestione della PAC, se l’effetto finale è stato l’abbandono di una parte dei campi, la riduzione delle produzioni strategiche e la concentrazione del valore lungo la filiera.
Una politica agricola che non garantisce la capacità di un Paese di continuare a produrre il proprio cibo non può essere considerata una buona politica agricola.
Il Made in Italy non può ridursi a un marchio di trasformazione applicato su materie prime d’importazione mentre la base agricola che lo ha generato viene lasciata morire.
La sovranità alimentare non si misura negli scaffali pieni. Si misura nella possibilità di un Paese di continuare a produrre il proprio cibo e nella possibilità di un agricoltore di vivere del proprio lavoro.
Quando il Governo finirà di celebrare un Made in Italy che premia solo la speculazione e penalizza il Paese? Quando i partiti e le forze politiche (maggioranza e opposizione) decideranno di affrontare la crisi del nostro sistema agroalimentare?
Quale risposta dai contadini, dagli agricoltori, dai piccoli e medie artigiani, dai cittadini consumatori? Come scende in campo un movimento consapevole, deciso e responsabile?
Serve una risposta all’altezza dei problemi. Il Movimento che in questi anni si è battuto contro la crisi è chiamao a mettere in campo scelte e opzioni. Non basta più denunciare la crisi Tantomeno è utile continuare ad inseguire la politica e il Governo nella speranza che da li venga un sussulto di responsabilità.
Gli attori politici sanno quale è la realtà ma continuano in un gioco vuoto che trascina il Paese, le Campagne e le Marinerie in un loop senza apparente soluzione: per chi governa va tutto bene perché per fortuna ci sono loro al Governo, per chi sta all’opposizione va tutto male perché non ci sono loro al Governo senza indicare una via per superare la crisi,
Serve un Movimento che abbia chiare le idee, il progetto e il percorso per rimettere al centro delle attenzioni sociali e politici il dibattito su che agricoltura e agroalimentare vogliamo!
Altragricoltura avvierà nelle prossime settimane un ciclo di assemblee territoriali con i produttori per organizzare il confronto e difendere il lavoro della terra.
Ripartendo dai movimenti che in questi anni hanno denunciato la crisi (in primis il COAPI e l’Alleanza Sociale oltre che il corpo largo e diffuso di quanti si riconoscono nel Movimento di Altragricoltura) e chiamandoli alla responsabilità di una proposta che non può più attendere: garantire la Sovranità Alimentare ripartendo con l’agroecologia a restituire dignità e certezze sociali, economiche e produttive alla nostra agricoltura, alla pesca ed al diritto al cibo





