PRIMO DOCUMENTO POLITICO-SINDACALE |DI ALTRAGRICOLTURA SUL COLTIVA ITALIA.
di Gianni Fabbris, Segretario Nazionale di Altragricoltura
su elaborazioni dell’Osservatorio sulle crisi del CentroDoc PerlaTerra
«Non misuriamo una legge agricola da quanti fondi dichiara di muovere. La misuriamo per quanti soldi arrivano nei bilanci reali di chi lavora la terra e accudisce gli animali e quanto aiuta a riequilibrare le distorsioni economiche nelle filiere.»
Primaanalisi del testo del DDL “Coltiva Italia” approvato dalla Camera dei deputati e attualmente all’esame del Senato.
Quando si analizza un disegno di legge, il punto di partenza non possono essere i comunicati stampa del Ministero, ma i bilanci delle aziende agricole. Una rappresentanza sindacale autonoma ha il dovere di porsi una sola domanda: al termine dell’annata agraria, chi produce cibo riesce a vivere del proprio lavoro oppure no?
Lo deve fare soprattutto in un tempo in cui la spesa pubblica che, almeno nominalmente e ufficialmente, viene profusa per la voce “agricoltura” raggiunge cifre crescenti sebbene, parallelamente, le aziende produttive siano sempre più in crisi non riuscendo a realizzare reddito fino a essere costrette alla chiusura.
Fra il 2014 e il 2022 la spesa in Italia assicurata dallo Sviluppo Rurale – FEASR è stata di circa 27 miliardi cui vanno aggiunti i pagamenti diretti dal Primo Pilastro per circa 4 miliardi. Analogamente la spesa pubblica per il Piano Strategico PAC 2023-2027 prevede una dotazione complessiva per l’Italia di circa 35,1 miliardi di euro (26,5 miliardi UE e 8,5 miliardi di cofinanziamento nazionale).
Nel frattempo negli ultimi 13 anni abbiamo perso il 30% delle imprese agricole, solo negli ultimi dieci anni hanno chiuso quasi 500.000 piccole e medie imprese produttive. Mentre le imprese agricole denunciano sempre di più di produrre sotto costo e I redditi crollano, crescono i volumi assoluti delle filiere dell’agroalimentare, la capacità della commercializzazione e delle filiera dell’agricoltura industriale di drenare risorse sia sul mercato che nella capacità di “usare I finanziamenti pubblici destinati all’agricoltura”.
Insomma più cresce la spesa pubblica, più se ne avvantaggiono i settori industriali, della rendita improduttuiva e della finanza capaci di mettere le mani sulle risorse e più entrano in crisi le piccole e medie imprese produttive.
Ora viene annunciato un provvedimento ulteriore di spesa di un miliardo di euro. Invertirà la tendenza o almeno contribuirà a riequilibrare la distribuzione dei valori intervenendo sulle attese delle piccole e medie imprese?
Noi di Altragricoltura abbiamo il dovere di essere chiari e trasparenti anche perché l’agricoltore non vive di annunci di stanziamenti. Vive di quello che gli resta in tasca dopo aver pagato costi, banche, contributi e fornitori. Di fronte all’ennesimo provvedimento per il settore, chi chiude la stalla la sera o scende dal trattore non si sfama con le cifre aggregate lette sui giornali. Vuole sapere quanto di quel denaro si tradurrà in effettivo reddito d’impresa e quanto si fermerà lungo i passaggi della filiera a monte e a valle.
La nostra posizione non nasce da un rifiuto ideologico. Riconosciamo senza difficoltà le misure utili presenti nel testo:
- L’estensione del sostegno alla linea vacca-vitello;
- Le risorse per il piano di rigenerazione della Xylella in Puglia;
- I fondi alla ricerca applicata del CREA;
- Le semplificazioni per il recupero dei terreni abbandonati;
- Le forme di sollievo finanziario sui mutui.
Investimenti, innovazione, ricerca e infrastrutture sono necessari. Ma diventano una politica agricola efficace solo quando sono accompagnati dalla capacità dell’impresa primaria di remunerare il proprio lavoro e restare sul mercato.
A chi sostiene che la competitività si costruisca solo con investimenti e contratti di filiera, rispondiamo con un’evidenza elementare: senza un prezzo remunerativo alla produzione, nessun investimento sta in piedi. Un’azienda che opera stabilmente in perdita non viene salvata dalla possibilità di fare un nuovo debito; al contrario, rischia di indebitarsi ancora di più per finanziare processi che non pagano il lavoro primario. Un miliardo annunciato non vale nulla per un’azienda se non si traduce in un prezzo equo, in liquidità immediata o in un taglio reale dei costi di produzione o se, almeno, non interviene ad avvicinare la forbice drammatica fra i costi di produzione e la capacità delle imprese di fare reddito.
Guardiamo nel merito.
QUADRO DI SINTESI: MISURE E IMPATTO REALE
| Caposaldo del DDL “Coltiva Italia” | Contenuto del Provvedimento | Valutazione di impatto e criticità (Altragricoltura) | Effetto sulla redditività dell’impresa agricola |
| Contratti di filiera (Cerealicoltura) | Credito d’imposta per la stipula di contratti pluriennali con stabilizzazione del prezzo. | Beneficio utile alla filiera, ma il prezzo stabilito nel contratto non è vincolato ai costi reali di produzione. | La stabilizzazione del prezzo non garantisce la tenuta del reddito se si lavora sottocosto. |
| Tracciabilità e controlli | Test molecolari e analisi isotopiche per la tracciabilità di grano e olio. | Aumenta le garanzie sul marchio, ma non incide sulla formazione del prezzo alla stalla o al campo. | Certifica l’origine, ma non copre i costi delle lavorazioni. |
| Credito e Imprenditoria | Garanzie ISMEA e contributi sugli interessi per giovani e donne. | Agevola l’assunzione di nuovi mutui bancari per aziende che operano con margini azzerati. | Facilita il credito, ma non garantisce il ritorno economico dell’investimento. |
| Misure sulla liquidità | Sospensione di 12 mesi della quota capitale dei mutui per le aziende colpite da emergenze. | Fornisce un sollievo contabile temporaneo, ma non cancella il debito né genera nuovo fatturato. | Sollievo temporaneo di cassa; le rate sospese andranno comunque restituite. |
| Contrasto alle emergenze (es. PSA) | Contributi per stoccaggio e congelamento carni a favore degli impianti di macellazione. | Sostiene le strutture di trasformazione bloccate dall’export, ma non ristora direttamente l’allevatore. | Supporta la filiera a valle; mancano ristori diretti e immediati al blocco in stalla. |
LE SINGOLE MISURE
1. Grano e seminativi: la trappola dei contratti di filiera
Il DDL riconferma e incentiva il credito d’imposta per le imprese che sottoscrivono contratti di filiera pluriennali. Il Governo presenta questo strumento come la soluzione per dare stabilità e certezza ai prezzi pagati ai cerealicoltori.
Il punto politico e sindacale è proprio questo: il problema non è che il contratto non stabilizzi il prezzo. Il problema è che stabilizzare un prezzo non significa automaticamente stabilizzare un reddito se quel prezzo non è parametrato ai costi reali di produzione. Se l’accordo pluriennale fissa un prezzo che rimane schiacciato dalle quotazioni delle borse merci — condizionate anche dalla concorrenza del prodotto importato — l’agricoltore viene vincolato a consegnare la materia prima a un valore inferiore a quanto ha speso per seminarla e raccoglierla.
Il credito d’imposta sostiene chi stipula il contratto, ma non garantisce da solo che il prezzo riconosciuto alla produzione primaria copra i costi effettivi. E allora la domanda è semplice: se l’obiettivo dichiarato è stabilizzare il reddito, dove sono nel testo i meccanismi che collegano il prezzo stabilito nel contratto ai costi effettivi di produzione?
Sullo stesso capitolo, si annunciano registri, test molecolari e analisi isotopiche per certificare l’origine del grano e dell’olio. La lotta alle contraffazioni è un dovere, ma è fuorviante presentarla come la cura per la crisi delle aziende. Il problema non è il laboratorio: il problema è il prezzo riconosciuto al produttore. Sapere con certezza scientifica che un chilo di grano è al 100% italiano non ne aumenta automaticamente il valore al campo. Le aziende chiudono perché vendono il raccolto a prezzi inferiori ai costi di produzione. Se difendiamo il Made in Italy ma non il reddito di chi lo produce, difendiamo il marchio e lasciamo morire il produttore.
2. Credito e garanzie: l’illusione di curare la crisi col debito
Il provvedimento stanzia garanzie pubbliche gestite da ISMEA e contributi sugli interessi per favorire il ricambio generazionale e l’imprenditoria femminile. Sembra una misura per il futuro. Ma c’è un problema: se l’azienda non guadagna, il credito non risolve il problema del reddito. Facilitare l’accesso al credito significa facilitare la contrazione di un nuovo mutuo. La priorità di un’azienda agricola con i margini azzerati dai costi produttivi non è assumere un ulteriore debito con le banche, per quanto garantito dallo Stato. La priorità è vendere il grano, il latte, la carne o l’ortofrutta a un prezzo che copra i costi e lasci un margine di guadagno. Spingere all’indebitamento un’azienda che lavora stabilmente sottocosto significa condannarla a un sovraindebitamento che prima o poi presenterà il conto.
3. Sospensione dei mutui ed emergenze: la moratoria aiuta la cassa, ma non il reddito
Il DDL dispone la sospensione temporanea della quota capitale dei mutui agricoli per 12 mesi per le imprese colpite da emergenze ed epizoozie. Si tratta di una misura di sollievo finanziario temporaneo, ma non di un intervento che ricostituisce il reddito perduto. La sospensione rinvia il pagamento della quota capitale senza cancellare il debito residuo dell’impresa. È un aiuto alla cassa, non una ricostruzione del reddito.
Un’impostazione analoga si riscontra sulle emergenze sanitarie, come la Peste Suina Africana. La misura specifica contenuta nel testo destina risorse per lo stoccaggio e il congelamento delle carni presso gli impianti di macellazione colpiti dalle restrizioni all’export. Intervenire sulla filiera di trasformazione a valle è necessario, ma la misura in sé non introduce, nell’ambito della norma qui esaminata, un meccanismo aggiuntivo automatico e immediato di ristoro del valore dei capi e del mancato reddito per l’allevatore colpito dall’abbattimento o dal blocco delle movimentazioni. L’allevatore si trova così a gestire l’azzeramento del fatturato in attesa di iter risarcitori complessi.
4. Burocrazia, tempi e l’attuazione delle norme contro le pratiche sleali
Tra l’annuncio di uno stanziamento, l’adozione dei decreti attuativi, l’apertura dei bandi e l’effettiva erogazione delle risorse può intercorrere un periodo significativo. Per un’azienda in crisi, questa distanza temporale non è un dettaglio amministrativo: è un problema economico. I titoli di giornale celebrano le cifre oggi; le aziende agricole rischiano di chiudere nel frattempo.
Sul contrasto alle pratiche commerciali sleali, il problema che resta aperto è quello della capacità effettiva del sistema di far emergere e reprimere le pratiche scorrette senza scaricare sul singolo produttore il costo economico e contrattuale dell’esposizione nei confronti dell’acquirente. Senza un sistema pubblico di rilevazione dei costi medi di produzione e senza verifiche ad efficacia automatica lungo la GDO, il divieto di vendita sottocosto rischia di rimanere privo della necessaria efficacia deterrente.
Infine, ben vengano le semplificazioni per i Centri di Assistenza Agricola (CAA) e la gestione della PAC. Ma non scambiamo la burocrazia con l’economia reale: una pratica sbrigata prima aiuta la gestione dei documenti, ma non aggiunge un centesimo al prezzo del latte alla stalla.
LA PIATTAFORMA DI ALTRAGRICOLTURA: TRE DIRETTRICI PER IL REDDITO
Non chiediamo la carità dello Stato e rifiutiamo l’assistenzialismo: chiediamo che il lavoro dei campi sia adeguatamente remunerato dal mercato e che la spesa pubblica sia equa e persegua l’obiettivo di sostenere la piccola e media impresa produttiva, il lavoro e l’accesso al cibo per I cittadini. L’obiettivo primario di una vera legge agricola deve essere uno solo: impedire per legge che chi produce sia costretto a vendere sotto i propri costi di produzione.
Abbiamo chiesto insieme a tanti movimenti contadini che il Parlamento e il Governo cichiarino lo Stato di Crisi della piccola e media impresa produttiva e del diritto al cibo e intervengano con misure straordinarie di riequilibrio.
Oggi proponiamo tre interventi immediati:
- Parametro pubblico sui costi di produzione e lotta al sottocosto: Costruire un sistema pubblico, trasparente, aggiornato e territorialmente articolato di rilevazione dei costi di produzione gestito da ISMEA, da utilizzare come parametro vincolante nei contratti di filiera e nelle verifiche d’ufficio dell’ICQRF contro le pratiche commerciali sleali lungo la GDO.
- Accesso diretto alla liquidità prima del debito: Privilegiare contributi diretti alla produzione e crediti d’imposta cedibili invece di incentivare primariamente la contrazione di nuovo debito bancario.
- Ristori diretti e moratorie integrali nelle emergenze: Definire per le emergenze sanitarie e climatiche un meccanismo automatico di risarcimento del valore dei beni e del mancato guadagno erogato direttamente ai produttori primari, affiancato da moratorie integrali (quota capitale e quota interessi) sulle posizioni debitorie nelle aree colpite.
LE TRE DOMANDE AL GOVERNO E AL PARLAMENTO
Prima del voto definitivo sul DDL “Coltiva Italia”, chiediamo al Governo e alle forze politiche di rispondere a tre quesiti diretti:
- Questo provvedimento garantisce strumenti effettivi affinché nessun agricoltore o allevatore sia più costretto a vendere sotto i propri costi di produzione?
- Prevede controlli d’ufficio e verifiche sistematiche contro la Grande Distribuzione e gli acquirenti che applicano prezzi non remunerativi?
- Quale quota di liquidità reale ed effettiva raggiungerà la disponibilità diretta delle imprese agricole entro l’esercizio in corso?
I proclami li abbiamo ascoltati tutti. Ora vogliamo vedere l’impatto sui bilanci reali. Se dopo l’approvazione del DDL le aziende continueranno a produrre in perdita, avremo una legge che ha mosso risorse ma non a favore di chi lavora la terra e dei cittadini fruitori e, dunque non avrà risolto il problema principale ma, anzi, lo avrà aggravato favorendo la concentrazione e un modello agroindustriale della dipendenza e della subalternità delle piccole e medie imprese produttive.
Perché una politica agricola si misura da due cose semplici: se chi produce cibo riesce a vivere del proprio lavoro e se chi a quel cibo deve accedere può farlo in sicurezza.




















