In preparazione di un incontro nazionale della Federazione degli Agricoltori e dei Contadini – Altragricoltura per fare il punto sulla filiera del pomodoro da industria e valutare le iniziative da assumere, l’Osservatorio sulle Crisi e le Resistenze del Centrodoc Perlaterra avvia la ricognizione sullo stato della filiera e pubblica un primo documento su cui verrà implementato il lavoro anche in ragione dei contributi che verranno raccolti durante l’incontro che si terrà entro il mese di Giugno 2026 convocata dal Segretario Nazionale della Federazione, Angelo Distefano.
Osservatorio sulle crisi e le resistenze
APPUNTI PER LA LETTURA DELLA FILIERA DEL POMODORO DA INDUSTRIA
Se l’agricoltore è il primo a investire, il primo a rischiare e l’ultimo a conoscere il prezzo definitivo del proprio lavoro, è possibile parlare di una contrattazione tra parti poste sullo stesso piano economico?
L’analisi della campagna del pomodoro da industria nel 2026 impone di superare la logica della lamentela per pochi centesimi all’origine. La vera domanda politica non è stabilire chi abbia ragione tra i diversi attori, ma verificare se il valore generato lungo la filiera venga distribuito in modo coerente con i rischi e gli investimenti sostenuti da ciascun soggetto.
L’andamento delle trattative nei due principali bacini italiani fotografa una profonda asimmetria contrattuale legata al fattore tempo.
Nel bacino del Nord l’accordo quadro si è chiuso a fine marzo 2026 con un prezzo medio di riferimento di 137 euro a tonnellata franco partenza. La definizione della cifra avviene prima dei trapianti, consentendo una minima programmazione aziendale.
Nel bacino del Centro-Sud, invece, il tavolo si è protratto fino al 18 giugno 2026, fissando 140 euro per il pomodoro tondo e 150 euro per il lungo, concedendo ai produttori appena dodici giorni, fino alla scadenza del 30 giugno, per la sottoscrizione dei singoli contratti industriali.
Per quale ragione il medesimo comparto sperimenta una simile disparità temporale?
La risposta non risiede soltanto nel differente calendario colturale, ma anche nelle caratteristiche strutturali dei sistemi di rappresentanza e di organizzazione della filiera.
Mentre il Nord opera attraverso grandi Organizzazioni di Produttori capaci di negoziare in modo relativamente unitario con un’industria fortemente integrata sul territorio, il Centro-Sud continua a scontare una maggiore frammentazione della base produttiva.
Quando la determinazione del prezzo si trascina a trapianti già conclusi e con il ciclo colturale ormai avviato, l’agricoltore si trova in una condizione di forte dipendenza economica. L’investimento è già stato sostenuto, il rischio è già stato assunto e la deperibilità della materia prima riduce drasticamente il margine effettivo di negoziazione.
Nessuna organizzazione agricola può garantire il reddito degli associati se il prezzo della materia prima continua a essere definito quando il capitale è già stato investito e il rischio imprenditoriale è stato assunto.
Per comprendere dove si concentri il potere negoziale basta osservare la distribuzione del rischio lungo la filiera.
Prima della semina l’industria orienta la scelta varietale attraverso disciplinari, capitolati e requisiti qualitativi, mentre l’agricoltore anticipa l’intero capitale necessario per sementi, fertilizzanti, irrigazione e lavorazioni.
Durante la coltivazione il produttore assume la quota prevalente del rischio climatico, fitosanitario e produttivo.
Dopo il raccolto, pur nell’ambito di procedure concordate, il sistema di rilevazione dei parametri che incidono sul prezzo finale — come grado Brix, tare e scarti — non risulta generalmente affidato a organismi terzi indipendenti. L’agricoltore resta inoltre vincolato al conferimento dalla natura altamente deperibile del prodotto.
Il dibattito settoriale continua a concentrarsi sul prezzo nominale della materia prima, trascurando spesso il vero indicatore economico: il margine netto aziendale.
Le stime tecniche elaborate sulla base dei monitoraggi ISMEA e CREA indicano costi vivi di coltivazione compresi tra 8.500 e 10.000 euro per ettaro nel Centro-Sud e tra 8.000 e 9.000 euro nel Nord Italia.
L’agricoltore non vende soltanto tonnellate di pomodoro. Vende contestualmente una quota rilevante di rischio non controllabile.
Con l’attuale andamento dei fattori produttivi, una parte delle aziende più esposte ai costi irrigui, energetici e finanziari vede progressivamente ridursi il margine netto fino a livelli prossimi all’azzeramento, alimentando il dubbio che il rischio assunto a monte non sia pienamente remunerato.
L’andamento dei prezzi al consumo e i risultati economici registrati da una parte significativa dell’industria di trasformazione suggeriscono che la compressione dei margini agricoli non si traduca automaticamente in un beneficio proporzionale per il consumatore finale.
La distribuzione del valore lungo la filiera merita pertanto una verifica indipendente, finalizzata a comprendere quali soggetti riescano effettivamente a preservare i propri margini nelle diverse fasi del mercato e se l’anello agricolo continui a rappresentare l’ammortizzatore finale dell’intera catena.
Anche l’evoluzione degli scambi con i mercati extraeuropei introduce elementi che richiedono ulteriori approfondimenti.
I dati Eurostat evidenziano flussi significativi di derivati del pomodoro provenienti dall’Egitto nell’ambito dell’Accordo di Associazione UE-Egitto.
Pur operando spesso in segmenti commerciali differenti rispetto al fresco nazionale, la disponibilità di semilavorati provenienti da aree caratterizzate da strutture di costo differenti può contribuire a rafforzare il potere negoziale della fase industriale durante le trattative.
A ciò si aggiunge il ruolo delle Organizzazioni di Produttori, i cui equilibri economici risultano frequentemente collegati alla gestione dei volumi conferiti e alla garanzia del ritiro industriale. Un’impostazione che può generare una tensione strutturale tra l’interesse al collocamento della produzione e l’obiettivo di massimizzare il prezzo per il singolo associato.
In qualsiasi settore economico maturo il prezzo rappresenta uno degli elementi essenziali della programmazione degli investimenti.
La peculiarità della filiera del pomodoro da industria consiste nel fatto che una parte rilevante del rischio produttivo viene assunta prima della definizione completa delle condizioni economiche di conferimento.
Per ridurre queste asimmetrie e restituire maggiore equilibrio alla filiera, appaiono meritevoli di approfondimento alcune possibili linee di intervento:
- definizione preventiva del prezzo indicativo entro il mese di gennaio;
- affidamento delle rilevazioni qualitative a organismi terzi indipendenti;
- introduzione di meccanismi di adeguamento collegati all’evoluzione dei costi di produzione;
- garanzia di un intervallo minimo tra accordi quadro e contratti individuali;
- rafforzamento degli strumenti di tutela del reddito agricolo nei tavoli di filiera.
Nel pomodoro da industria il produttore decide cosa coltivare, ma spesso non decide né il prezzo né il momento in cui quel prezzo viene definito.
Quale soggetto della filiera sarebbe realmente penalizzato dall’obbligo di definire il prezzo prima degli investimenti produttivi?
Se la definizione preventiva del prezzo non determina danni economici rilevanti per gli altri attori, allora la questione non riguarda soltanto il valore del pomodoro, ma il momento in cui quel valore viene stabilito.
Intervenire su questa anomalia temporale e contrattuale rappresenta una delle condizioni essenziali per superare la logica della protesta episodica e affrontare le asimmetrie strutturali che continuano a caratterizzare una delle filiere più importanti dell’agroalimentare italiano.







