L’Osservatorio sulle crisi del CentroDoc PerlaTerra (il Centro Studi di Altragricoltura gestito dalla Associazione/Fondazione Per la Sovranità Alimentare) ha prodotto una analisi sulla situazione critica del comparto del vino italiano su sollecitazione della Federazione Agricoltori e Contadini di Altragricoltura.
In fondo alla pagina la scheda sintetica riepilogativa dell’analisi e, sotto, le considerazioni e le proposte della Segretaria di Altragricoltura e della Federazione degli Agricoltori e dei Contadini che vengono poste a base della convocazione dell’Unione dei vitivinicoltori della Federazione
Il settore vitivinicolo italiano attraversa una fase di forte squilibrio tra offerta, domanda e remunerazione. I dati non descrivono più una difficoltà passeggera.
Al 31 maggio 2026 nelle cantine italiane risultavano 49,1 milioni di ettolitri di vino, il 5,4% in più rispetto allo stesso mese del 2025. Non sono 49,1 milioni di ettolitri di invenduto: le giacenze comprendono anche prodotto destinato alla commercializzazione, all’affinamento e allo stoccaggio. Il dato nazionale, inoltre, non è omogeneo. Il report ICQRF di aprile evidenziava che 20 denominazioni su 523 concentravano il 58,1% delle giacenze dei vini a indicazione geografica.
Il problema emerge quando questo livello di scorte viene letto insieme all’andamento del mercato. Nei primi cinque mesi del 2026, secondo l’Osservatorio UIV, (l’Unione Italiana Vini) i prezzi dello sfuso sono diminuiti del 6% per i DOP, del 7% per gli IGP e del 14,4% per i vini comuni. Nello stesso periodo le vendite nella grande distribuzione sono diminuite del 2%; nel primo trimestre l’export ha registrato un calo del 4% in volume e dell’8,3% in valore.
È questo il nodo che oggi va affrontato: quale parte delle giacenze rappresenta normale stock commerciale e quale parte costituisce invece un’eccedenza strutturale rispetto alla capacità di assorbimento del mercato?
Nel dibattito di filiera sono già sul tavolo misure concrete: contenimento delle rese, limitazione delle nuove autorizzazioni, revisione dei disciplinari e una programmazione pluriennale. Il punto politico non è negare queste iniziative, ma verificarne la sufficienza, il coordinamento e i risultati. L’Italia ha avviato diverse misure e procedure; non è però ancora pubblicamente verificabile un quadro nazionale unitario che definisca obiettivi quantitativi, risorse, scadenze e indicatori di risultato per individuare e affrontare le eccedenze strutturali. È questo il passaggio che manca: dalla somma delle misure a una strategia leggibile e verificabile.
IL CONFRONTO EUROPEO
Il confronto con gli altri principali Paesi produttori europei mostra approcci diversi.
La Francia ha attivato un programma nazionale da 130 milioni di euro per la riduzione del potenziale viticolo. Le domande raccolte nel 2026 hanno riguardato circa 28.000 ettari. Parallelamente, la Commissione europea ha autorizzato 40 milioni di euro per una distillazione di crisi mirata ai vini rossi e rosati, fino a 1,2 milioni di ettolitri.
Non proponiamo di trasferire automaticamente in Italia il modello francese. Le condizioni di mercato non sono identiche e la struttura delle giacenze italiane è molto più articolata. La questione è un’altra: quali segmenti, territori e categorie considera oggi il Governo italiano realmente eccedentari e con quali indicatori li individua?
L’Italia ha già iniziato ad attuare alcune disposizioni del nuovo quadro europeo, compreso il Regolamento (UE) 2026/471. Ciò che chiediamo è che gli interventi siano inseriti in un disegno nazionale verificabile, non lasciati alla somma di procedure, misure e decisioni settoriali.
DECLASSAMENTI: DOVE SI PERDE VALORE
Un altro dato aiuta a misurare la pressione sul valore: i declassamenti.
Secondo l’Unione Italiana Vini, nel 2025 , 6.6 milioni di ettolitri di vini DOP e IGP sono stati oggetto di riclassificazione; i vini comuni sono stati destinatari del 75% dei declassamenti. UIV stima in 516 milioni di euro la perdita di valore potenziale associata ai cambi di categoria.
Il declassamento è uno strumento commerciale attraverso il quale le cantine possono facilitare la collocazione di prodotto più difficile da vendere. Ma, quando il fenomeno raggiunge queste dimensioni, non può più essere considerato soltanto una pratica ordinaria di gestione degli stock. UIV descrive proprio il passaggio verso i vini comuni come una strategia di contenimento del danno che, contemporaneamente, abbassa il livello di valore della produzione.
C’è però un dato che oggi non abbiamo: quanto di questa perdita di valore ricade effettivamente sul produttore agricolo?
I 516 milioni di euro sono una stima di perdita di valore potenziale del prodotto. Non consentono, da soli, di stabilire quale quota venga trasferita sul prezzo dell’uva. È precisamente questa informazione che deve diventare misurabile, mettendo in relazione prezzi all’origine, costi di produzione, declassamenti e prezzi lungo la filiera.
CHI DECIDE E CHI PAGA
Nel dibattito di filiera, diverse organizzazioni agricole e alcuni Consorzi stanno proponendo interventi sulle rese e sulle nuove autorizzazioni. Una riduzione dell’offerta, però, non può essere gestita esclusivamente attraverso la logica dei volumi.
Il rischio è che il costo del riequilibrio ricada soprattutto sulle imprese con minore potere contrattuale, sui produttori delle aree collinari e montane e sull’occupazione agricola. Il viticoltore non può diventare l’ammortizzatore di un riequilibrio deciso senza criteri sociali e territoriali.
Il riequilibrio, inoltre, non può essere ridotto alla sola contrazione delle superfici. Prima bisogna quantificare pubblicamente le eccedenze. Poi bisogna decidere dove intervenire sulle rese, dove valorizzare le denominazioni e come tutelare la remunerazione agricola.
Non proponiamo una riduzione lineare e indistinta dell’offerta nazionale. Il riequilibrio deve essere selettivo, basato sui dati e differenziato per territorio, denominazione e categoria di prodotto.
LA PIATTAFORMA DI ALTRAGRICOLTURA
Per queste ragioni, Altragricoltura propone al Parlamento, al Governo e alle rappresentanze di filiera quattro assi di intervento che consideriamo non rinviabili.
1. OSSERVATORIO PUBBLICO DELLA REMUNERAZIONE
Istituire un sistema pubblico e trasparente che metta in relazione dati oggi dispersi fra amministrazioni, Regioni, organismi di certificazione e fonti di mercato. L’Osservatorio dovrà pubblicare periodicamente, per territorio e denominazione, informazioni sui prezzi effettivamente riconosciuti all’uva, sui costi di produzione rilevati con metodologia pubblica, sui tempi e sulle modalità di pagamento, sugli indicatori di formazione e distribuzione del valore, sulle superfici, sulle autorizzazioni e sull’impatto dei declassamenti.
2. PIANO NAZIONALE PLURIENNALE 2026-2030
Definire un piano strategico quinquennale che coordini, anche attraverso gli strumenti messi a disposizione dal nuovo quadro europeo, compreso il Regolamento (UE) 2026/471, le politiche di riequilibrio dell’offerta.
Il primo obiettivo del Piano deve essere la quantificazione pubblica dell’eccedenza strutturale per territorio, denominazione e categoria di prodotto, sulla base di indicatori verificabili di domanda, vendite, export, prezzi e giacenze. Il Piano dovrà fissare obiettivi quantitativi, risorse assegnate, tempi di attuazione, criteri di priorità e una verifica annuale dei risultati, attraverso una relazione pubblica al Parlamento.
3. GOVERNANCE DEI CONSORZI
Rafforzare il ruolo dei Consorzi nella programmazione dell’offerta e nella disponibilità di dati economici utili alla governance delle denominazioni, nel rispetto delle competenze e delle procedure previste dalla normativa vigente.
Le decisioni relative a rese, autorizzazioni e misure di contenimento devono essere accompagnate da criteri pubblici e verificabili. La rappresentanza delle piccole imprese deve essere effettiva e non soltanto formale.
4. CLAUSOLA SOCIALE E TERRITORIALE
Qualsiasi intervento di riduzione delle superfici o delle rese deve prevedere criteri di tutela per le piccole imprese, le aree collinari e montane, l’occupazione agricola, il presidio del territorio e la continuità produttiva dove economicamente sostenibile.
LA DOMANDA CHE IL GOVERNO DEVE AFFRONTARE
Il mercato sta già selezionando imprese, produzioni e territori. La politica deve decidere se lasciargli anche il compito di stabilire, senza criteri sociali e territoriali, chi sosterrà il costo del riequilibrio.
Non sosteniamo che i 49,1 milioni di ettolitri di giacenze siano 49,1 milioni di ettolitri invenduti. Chiediamo qualcosa di più preciso: il Governo renda pubblica la propria stima della quota di questa giacenza che considera strutturalmente eccedentaria, indicando metodologia, dati utilizzati, territori e categorie interessate.
Da quella risposta deve partire una politica di settore verificabile.
Per Altragricoltura il riequilibrio deve poggiare su tre condizioni: dati pubblici, obiettivi misurabili e tutela del reddito di chi produce.














