Soil not Oil: dalla Basilicata la sfida per liberare il cibo dalla dipendenza dal petrolio

Dalla Tre giorni in Val d’Agri su petrolio, salute e democrazia nasce una riflessione che mette insieme crisi energetica, agricoltura, ambiente, guerra e sovranità alimentare. La proposta: una transizione agroecologica capace di restituire autonomia ai territori e potere a chi produce e consuma il cibo. Altragricoltura (che ha promosso la nascita del Movimento NoTriv proprio in Basilicata con una iniziativa fortemente partecipata dagli agricoltori impegnati nella vertenza in Difesa delle Terre Ioniche colpite dalle alluvioni) ha partecipato al dibattito del primo giorno di iniziative (sia per la presenza del Segretario nazionale Gianni Fabbris, sia di Tonia Dileo, componente della direzione nazionale e della Federazione del Bio di Altragricoltura). Pubblichiamo di seguito il documento di sintesi proposto da Vincenzo Ritunnano e un articolo di sintesi

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DI SINTESI PROPOSTA DA V. RITUNNANO

La cura agroecologica alla (tossico)dipendenza da petrolio
della produzione e distribuzione di cibo

C’è un luogo in cui la contraddizione tra petrolio e agricoltura appare con particolare evidenza. È la Val d’Agri, nel cuore della Basilicata, territorio rurale, terra di pascoli, seminativi, boschi e riserve d’acqua, ma anche sede del più grande distretto petrolifero onshore d’Europa.

È qui che il Coordinamento No Triv e l’Osservatorio Popolare Val d’Agri, con il patrocinio del Comune di Spinoso, hanno organizzato il 24, 25 e 26 luglio la Tre giorni in Val d’Agri su petrolio, salute e democrazia. Un appuntamento che ha messo in relazione esperienze e soggetti impegnati su diversi fronti: difesa della salute, vertenze ambientali, transizione energetica oltre le fonti fossili e il nucleare, agroecologia, opposizione alle guerre e costruzione di alternative al modello dominante.

Il filo conduttore è stato il petrolio. Ma non soltanto quello che viene estratto dai pozzi. La domanda posta dalla tre giorni è più profonda: quanto petrolio c’è dentro il nostro sistema alimentare?

Al termine della tre giorni, Vincenzo Ritunnano (agronomo, responsabile di ICEA ib Basilicata e animatore di importante iniziative politiche e sociali per la tutela dell’agrolimentare lucano) ha steso un documento di sintesi e proposta (vedi e scarica)

Il petrolio entra nei campi, nell’acqua e nel cibo

In Val d’Agri gli impatti dell’attività petrolifera sull’agricoltura vengono descritti come una realtà concreta. Il documento ricorda, tra gli altri episodi, lo sversamento di greggio dai serbatoi del Centro Oli di Viggiano nel 2017, seguito dal divieto di utilizzare terreni agricoli e acque nelle aree interessate. Vengono inoltre richiamate le problematiche relative alle acque di risorgiva nei pascoli di Contrada La Rossa di Montemurro e alla presenza, nell’area, di infrastrutture legate all’industria petrolifera.

La questione non riguarda quindi soltanto il paesaggio o la presenza fisica degli impianti. Riguarda beni essenziali per qualsiasi agricoltura: acqua, terra e fertilità dei suoli.

Il Centro Oli di Viggiano, ricorda il documento, è stato realizzato circa trent’anni fa in una delle aree considerate tra le più fertili della valle. Anche il Centro Oli di Tempa Rossa si colloca in un territorio caratterizzato dalla presenza di pascoli e allevamenti.

La Val d’Agri diventa così una lente attraverso cui osservare una contraddizione più generale: un territorio può essere contemporaneamente considerato strategico per l’estrazione di energia fossile e per la produzione agricola, ma le due funzioni non sono necessariamente compatibili.

La dipendenza fossile dell’agricoltura

Il problema, però, non finisce ai confini dei territori petroliferi.

Secondo l’impostazione discussa durante la tre giorni, l’intero sistema agroindustriale è fortemente dipendente dalle fonti fossili. Petrolio e gas entrano nella produzione agricola attraverso il carburante delle macchine, la produzione dei fertilizzanti, la trasformazione industriale, la refrigerazione e il trasporto delle merci.

Il documento sottolinea il carattere fortemente energivoro dell’agroindustria e richiama, come esempio della lunghezza delle filiere, il trasporto intercontinentale di materie prime destinate alla trasformazione alimentare e agli allevamenti.

Questa dipendenza rende il sistema alimentare vulnerabile alle guerre, alle crisi energetiche, alle speculazioni e alle oscillazioni dei mercati internazionali.

A pagare il prezzo sono anche gli agricoltori, alle prese con l’aumento dei costi dei fertilizzanti e del gasolio agricolo, mentre contemporaneamente i consumatori subiscono l’aumento dei prezzi dei beni alimentari.

La crisi, dunque, non è soltanto energetica. È una crisi della struttura stessa attraverso cui produciamo e distribuiamo il cibo.

Un modello che impoverisce terra e agricoltori

Alla dipendenza energetica si aggiungono gli effetti dell’agricoltura industriale sull’ambiente: consumo di fertilizzanti e pesticidi chimici, riduzione della fertilità e della biodiversità, contaminazione delle matrici ambientali e contributo al cambiamento climatico.

Ma la crisi ha anche una dimensione economica e sociale.

Il documento richiama le mobilitazioni degli agricoltori che hanno portato i trattori nelle strade all’inizio del 2025, mettendo al centro questioni come i bassi prezzi riconosciuti alle produzioni agricole, l’aumento dei costi, le importazioni a basso prezzo, la burocrazia e la riduzione del sostegno al reddito.

La fotografia proposta è quella di un’agricoltura che, dopo essere stata spinta per decenni verso il mercato globale, si trova oggi schiacciata tra costi di produzione crescenti e prezzi riconosciuti ai produttori sempre più difficili da sostenere.

Il paradosso è evidente: il cibo può costare troppo per chi lo compra e contemporaneamente troppo poco per chi lo produce.

È una contraddizione che non può essere risolta semplicemente aumentando la produttività o introducendo nuove tecnologie. Perché il problema riguarda anche chi controlla le filiere, come viene distribuito il valore e quali interessi determinano le politiche agricole.

Le false alternative

Di fronte alla crisi del modello agroindustriale vengono oggi proposte numerose soluzioni: biogas, biomasse, bioraffinerie, agricoltura integrata, carbon farming, vertical farming, agricoltura digitale, carne sintetica e nuove tecniche di ingegneria genetica.

Il documento non nega in astratto l’esistenza di innovazioni tecnologiche, ma mette in discussione quelle soluzioni che, invece di modificare il modello produttivo, rischiano di riprodurne le stesse logiche: concentrazione del potere, dipendenza da input esterni, centralizzazione dei mezzi di produzione e ricerca del profitto come criterio prioritario.

La domanda, quindi, non è semplicemente quale tecnologia utilizzare, ma chi la controlla, a quale scopo e dentro quale modello economico e sociale.

È una questione decisiva anche per l’agricoltura italiana ed europea, mentre avanzano nuove regole sulle tecniche genomiche e continuano a diffondersi grandi impianti energetici e infrastrutture industriali sui territori agricoli.

La cura: agroecologia e sovranità alimentare

Alla logica dell’agroindustria fossile il documento contrappone due parole chiave: agroecologia e sovranità alimentare.

Non si tratta soltanto di sostituire un fertilizzante con un altro o un motore a combustione con un motore elettrico. La transizione agroecologica viene descritta come una trasformazione complessiva del modo di produrre e distribuire il cibo.

Significa lavorare sulla rigenerazione dei suoli, sulla biodiversità, sui cicli della materia e dell’energia, sulla valorizzazione delle risorse locali e sul protagonismo di chi coltiva la terra e di chi consuma il cibo.

In questa prospettiva l’agroecologia diventa anche una questione democratica.

Ridurre la dipendenza dagli input esterni significa aumentare l’autonomia delle aziende agricole e dei territori. Rafforzare le relazioni tra produttori e consumatori significa sottrarre una parte del sistema alimentare alla logica delle filiere globali. Recuperare biodiversità e fertilità significa restituire valore ai beni comuni.

Durante la tre giorni questa impostazione ha trovato anche una dimensione pratica: in un’azienda biologica della Val d’Agri è stata avviata l’autoproduzione di tè di compost, mentre è stato condiviso il pane prodotto con il “bosco dei frumenti”, una popolazione evolutiva di grano duro riprodotta in Basilicata attraverso un laboratorio comunitario di agricoltori, tecnici e ricercatori.

Produttori e consumatori: ricostruire un’alleanza

Una delle questioni emerse a Spinoso riguarda la necessità di superare la contrapposizione tra chi produce e chi consuma.

Il sistema agroalimentare concentra oggi una parte significativa del potere nelle grandi filiere della trasformazione e della distribuzione. Per questo, sostiene il documento, produttori, consumatori e lavoratori hanno interessi comuni da difendere: dal controllo dei prezzi alla qualità del cibo, dal reddito agricolo alle condizioni di lavoro, fino alla tutela dell’ambiente.

Tra le proposte discusse c’è anche la costruzione di sistemi distributivi alternativi, nell’ambito dei biodistretti e dei distretti agroecologici, insieme alla partecipazione agli osservatori sui prezzi delle filiere agricole.

Non è quindi sufficiente chiedere un prezzo più alto per gli agricoltori se questo significa semplicemente un ulteriore aumento del prezzo al consumo. Occorre intervenire sulla filiera, sulla distribuzione del valore e sui meccanismi che determinano i prezzi.

I distretti agroecologici come laboratori di democrazia

Un’esperienza richiamata durante la tre giorni è quella del Distretto Agroecologico delle Murge e del Bradano, riconosciuto dalla Regione Puglia e iscritto nell’Albo nazionale dei Distretti del Cibo.

Il distretto viene presentato come un laboratorio territoriale nel quale agricoltori, comunità e altri soggetti possono tornare a discutere delle scelte che riguardano il territorio, mettendo al centro agroecologia e sovranità alimentare.

È una prospettiva importante perché sposta la discussione dal singolo campo alla dimensione territoriale.

L’agroecologia, infatti, non può essere ridotta a una tecnica aziendale. Ha bisogno di relazioni tra aziende, disponibilità di risorse, conoscenza, trasformazione e distribuzione, mercati locali e forme di partecipazione democratica.

In questo senso, il territorio può diventare il luogo nel quale ricostruire autonomia e capacità decisionale.

Terra, petrolio e guerra

La discussione della Val d’Agri ha collegato la questione agricola anche a quella della pace.

Il documento sostiene che guerre e militarizzazione aggravano l’insicurezza alimentare, distruggendo aziende agricole, infrastrutture e reti di distribuzione, contaminando suoli e acque e costringendo le popolazioni ad abbandonare le proprie terre. Richiama inoltre il rapporto storico tra tecnologie militari e agricoltura e l’emergere di quello che viene definito “complesso agro-militare”.

Da qui nasce un’altra connessione: agroecologia, pace e disarmo.

Se le risorse economiche, scientifiche e politiche vengono orientate verso la guerra, diminuiscono quelle disponibili per affrontare il cambiamento climatico, la crisi ecologica e la trasformazione dei sistemi alimentari.

La pace diventa allora anche una condizione della sovranità alimentare.

Il cibo come spazio comune di lotta

Un passaggio particolarmente significativo arriva dall’esperienza di Terra Comune, nata da un’assemblea svoltasi a Roma nel gennaio 2026 e che ha riunito associazioni di agricoltori biologici e biodinamici, biodistretti, distretti agroecologici, associazioni ambientaliste e realtà sociali.

L’obiettivo dichiarato è ricomporre ciò che oggi è diviso: agricoltori che chiedono reddito e tutele, ambientalisti che chiedono la transizione, reti sociali impegnate contro la povertà alimentare, sindacati concentrati sul lavoro e consumatori che chiedono qualità e trasparenza.

Il cibo può diventare lo spazio nel quale queste lotte si incontrano.

Perché nel cibo convergono reddito, salute, diritti del lavoro, clima, ambiente, qualità della vita, organizzazione dei territori e democrazia.

Soil not Oil

La lezione della Val d’Agri è dunque più ampia di una singola vertenza contro le estrazioni petrolifere.

La questione è quale modello di società vogliamo costruire dopo il fossile.

Abbandonare il petrolio non significa semplicemente trovare una fonte energetica alternativa per alimentare lo stesso modello produttivo. Significa interrogarsi sul modello stesso: su chi possiede la terra, chi controlla l’acqua, chi decide cosa coltivare, chi stabilisce il prezzo del cibo, chi controlla le sementi e gli input agricoli, chi organizza la distribuzione.

La transizione agroecologica proposta dalla tre giorni parte da qui: dalla necessità di ridurre la dipendenza dagli input esterni, ricostruire fertilità e biodiversità, rafforzare le comunità agricole, accorciare le filiere e restituire potere decisionale ai territori.

È una trasformazione difficile, e il documento lo riconosce esplicitamente. Non può essere affidata soltanto alle pratiche virtuose delle singole aziende né avvenire spontaneamente. Ha bisogno di organizzazione, rappresentanza, autonomia e capacità di costruire un contropotere rispetto a chi oggi determina le regole del sistema agroalimentare.

La tre giorni in Val d’Agri ha provato a mettere in relazione queste esperienze e queste lotte.

Davanti alle torri di estrazione petrolifera è risuonato un impegno: “torneremo e saremo in diecimila”.

Non è soltanto uno slogan. È l’idea di una convergenza possibile tra chi difende la salute, chi lavora la terra, chi lotta contro le devastazioni ambientali, chi chiede sovranità alimentare, chi si oppone alla guerra e chi costruisce alternative al modello fossile.

Perché la transizione energetica e quella agroecologica, nella prospettiva emersa dalla Val d’Agri, non sono due percorsi separati. Sono parti della stessa transizione ecologica trasformativa.

E la prima condizione per cominciare è smettere di considerare il petrolio soltanto come ciò che esce dai pozzi.

Il petrolio è anche dentro il nostro sistema alimentare. Liberare il cibo dalla sua dipendenza fossile significa cominciare a costruire un’altra agricoltura, un’altra economia e un altro rapporto con la terra.

Terra non guerra. Soil not Oil.

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