LA FEDERAZIONE ALLEVATORI E PASTORI DI ALTRAGRICOLTURA
INVITA ALL’INCONTRO DI LAVORO SUL TEMA DELLE POLITICHE SANITARIE
E I SISTEMI DI ALLEVAMENTO CONTADINI
Il modo come vengono interpretate e gestite le “malattie animali” (vedi la pagina nel wikiperlaterra) non è semplicemente un problema tecnico ma, al contrario, è un problema di scelte sociali, politiche, economiche.
Da tempo gli allevatori e i cittadini devono fare i conti con l’impatto spesso devastante che l’estendersi e il radicalizzarsi di patologie che colpiscono gli animali, ha sulla gestione degli allevamenti e sul modo come vengono affrontate che, nei fatti, finisce per favorire i sistemi di allevamento industriale e richiano di cancellare gli allevamenti semibradi, bradi o di territorio
Lingua Blue, Aviaria, TBC, Dermatite Bovina, Brucellosi, Peste suina, ecc.., in un tempo in cui la circolazione delle merci e le relazioni sociali si sono globalizzate, diventano, per il modo come vengono gestite, un incubo per gli allevatori di territorio e i sistemi di allevamento di piccola e media scala non industriali.
Parliamo di questioni apparentemente diverse e, appunto, del primo problema di fronte a noi: vicende “nominalmente diverse” vengono affrontate in maniera separata senza una riflessione di metodo e di approccio che individui i nodi e faccia i conti con le ricadute che le diverse strategie hanno sul territorio, gli animali, l’economia, l’efficacia in ragione degli obiettivi che vengono posti per affrontare gli impatti che il rapporto animali / ambiente ha con le malattie veterinarie e con la gestione delle mandrie.
Pensiamo che sia arrivato il momento di affrontare un dibattito vero e una discussione franca sulle politiche sanitarie animali e sulla gestione delle patologie in modo da evitare che la visione che si sta affermando ponga la pietra mortale sui sistemi di allevamento di territorio.
Abbiamo dovuto fare i conti più volte nel tempo con le distorsioni che l’approccio “tecnicistico” che si è affermato in questi anni al tema delle “eradicazioni” produce.
L’idea che la “eradicazione” debba essere l’obiettivo delle strategie di gestione delle malattie è un primo punto per noi non neutrale. E’ scientificamente possibile pensare che i virus, i batteri, gli agenti ambientali viventi possano essere “azzerati” o “sterminati” e che gli animali possano essere “oggetti-merci” da porre in un ambiente “asettico e sterile”? Se gli animali e l’uomo sono parte di un sistema biologico in continua evoluzione e relazione non è più corretto ragionare in termini di “gestione delle malattie” piuttosto che di “eradicazione”? Quante malattie sono state “eradicate”? E se l’obiettivo è posto in maniera sbagliata con “l’eradicazione”, a che servono gli “stumping out” (abbattimenti totali degli animali) come pratica massiva? Perchè, piuttosto che intervenire sulla gestione delicata del rapporto fra animali, uomo. ambiente puntando a tenerli in equilibrio anche con i fattori di rischio e investendo sulla prevenzione, sulla diagnostica, sulla conduzione agroecologica degli allevamenti si persegue l’obiettivo di “isolare” gli allevamenti dentro bunker che assomigliano a veri rifugi nucleari in modo da isolarli completamente dal territorio nella dichiarata e pietosa farsa di tenere “fuori dagli allevamenti i fattori delle infezioni”?
Salvo poi, ovviamente, non vedere il carico di “medicinali” e di chimica che spesso accompagnano l’allevamento industriali che concentra gli animali in condizioni “innaturali”.
Questo approccio, nei fatti, finisce per favorire il sistema industriale degli allevamenti (i cui stabilimenti sono per le cronache sempre più spesso i veicoli dei focolai di infezione) e impone ai sistemi di allevamento “contadini e famigliari” modalità tanto inefficaci quanto insostenibili.
L’esempio più evidente è quello che sta accadendo nelle aree interessate dalla TBC e dalla BRC ai sistemi di allevamento semibrado che usano la transumanza come approccio. Siamo stati il Paese che è riuscito a ottenere lo straordinario risultato del riconoscimento della Transumanza come Patrimonio dell’Umanità ma che, in quelle aree, sta distruggendo la transumanza, per il semplice motivo che i protocolli di gestione dei piani di eradicazione, nati e implementati per gestire i problemi nelle stalle intensive (quindi con gli animali chiusi in batteria e in aree fortemente sotto controllo) non possono praticamente spostarsi dai pascoli invernali a quelli estivi o viceversa.
Oppure, basta dare un’occhiata all’effetto devastante che i protocolli attuativi (spesso interpretati in maniera peggiorativa da quelli previsti in Europa) stanno imponendo all’allevamento suinicolo allo stato semibrado che investe la Rete degli allevatori (spesso Bio) delle aree coinvolte dalla Peste Suina Africana che, dopo aver investito capitali ingenti in biosicurezza (altro termine su cui dovremmo aprire una approfondita discussione), secondo le ultime ordinanze attuative in Emilia Romagna, nel caso in cui entro tre km di raggio dall’area dell’allevamento (recintato con doppia o tripla rete in modo che nessun cinchiale selvatico potrebbe mai penetrare) dovrebbero, nei fatti, bloccare le attività e mandare in fumo il lavoro e gli investimenti realizzati.
Insomma noi pensiamo che debbano essere messi in campo protocolli e approcci che non siano “traslati” e costruiti sul metodo industriale. Sia perché, nei fatti, questo tutela e favorisce quel sistema ma non tutela affatto dai rischi i cittadini e il territorio ma soprattutto perché occorre, al contrario, investire gli allevatori di piccola e media scala e il sistema artigianale della trasformazione tarando le strategie sui bisogni che questi sistemi esprimono.
Sia chiaro: gli allevatori sono i primi ad avere interesse a che si “risolvano” zoonosi, epizoozie e comunque i problemi sanitari (che paga le conseguenze dei problemi non risolti sono per prima loro e i loro animali) mail modo come si fa deve essere efficace e adeguato ai diversi sistemi di allevamento. Il rapporto fra obiettivi sanitari e mantenimento del tessuto produttivo non è questione di “mediazioni” ma di coerenza.
Per farlo occorre ristabilire prima di tutto una condizione nei fatti, finora negata: non esiste nessun piano di gestione delle malattie animali che possa essere fatto “contro gli allevatori” che sono i portatori di saperi, conoscenze, pratiche e necessità accumulate nei millenni e non possono essere esclusi dalle decisioni. Al contrario e purtroppo accade che la visione tecnicistica e specialistica dell’approccio alle malattie animali in Italia tende ad escluderli imponendo un punto di vista “veterinario e sanitario” senza contraddittori e senza utili confronti.
Altragricoltura ha accumulato nel tempo una imporante esperienza sulla vicenda delle Zoonosi di BRC e TBC, avendo organizzato e gestito la vertenza per ottenere il Commissario Nazionale per la BRC e la TBC dopo decenni di fallimento delle strategie nelle regioni meridionali.
Abbiamo impostato la vertenza su proposte fondate su obiettivi chiari, un approccio che ha integrato diversi piani (quello sanitario, quello ambientale, quello scientifico e quello economico) in una visione olistica dei percorsi da mettere in campo.
Abbiamo operato contro molti interessi, quelli di tecnocrazie interessate a gestire i finanziamenti pubblici, quello dei sindacati storici (Coldiretti, CIA, Confagricoltura, Copagri) interessati a tutelare l’esistente, quello di Regioni come la Campania che, al tempo, non voleva ammettere il fallimento.
Avevamo ragione e abbiamo portato a casa il risultato atteso: nominato il Commissario Nazionale per la BRC e la TBC (il Dott. Nicola D’Alterio direttode dell’IZS di Teramo), la BRC in provincia di Caserta è passata da una prevalenza del 18% a meno dell’1% in pochi mesi.
I problemi rimangono se pur molto del metodo con cui il Commissario ha affrontato questa fase è frutto del confronto con gli allevatori e si è fatto carico di questa visione “olistica” che sa coniugare gli obiettivi sanitari con la gestione del territorio e delle economie aziendali.
Ora è arrivato il momento di aprire, anche sulla base di questa importante esperienza che ci rafforza e ci riempie di responsabilità, una riflessione più ampia costruendo un filo di iniziative comuni fra quanti (allevatori, tecnici, operatori della filiera) devono fare i conti con l’impatto che le malattie animali hanno sui sistemi di allevamento e la sicurezza alimentare.
Per questo la Federazione degli Allevatori e dei Pastori, istanza del sistema Confederale di Altragricoltura) avvia una fase di lavoro, organizzando una prima riunione operativa per lunedi 27 luglio 2026 e invita quanti sono interessati al confronto ed a partecipare partendo dalla scelta strategica che Altragricoltura si è data: la tutela delle piccole e medie imprese della filiera dell’agroalimentare e la loro allenza di interessi e progetto con i lavoratori dei comparti e i cittadini consumatori
Gianni Fabbris
Segretario Nazionale di Altragricoltura











