NO NUOVI OGM. Dopo l’assemblea preparando la prossima riunione unitaria

Dopo l’assemblea sulle iniziative contro I nuovi OGM
appunti per il dibattito in preparazione della prossima riunione
di Gianni Fabbris (segretario Confederale di Altragricoltura)

Oltre il “No” ai nuovi OGM: un progetto sociale autonomo e condiviso per il futuro della terra

Dagli orticelli alla casa comune: la sfida lanciata dalla riunione promossa da Altragricoltura. Alleanza Sociale per la Sovranità Alimentare e Rete dei Municipi Rurali

C’è una domanda di fondo che attraversa le campagne e le comunità italiane, un interrogativo che va ben oltre la cronaca sindacale e che obbliga a guardare in faccia la realtà: è inevitabile il processo per cui migliaia di agricoltori stanno perdendo reddito, autonomia e potere decisionale, mentre cresce la concentrazione economica e finanziaria lungo tutta la filiera agroalimentare?

È questo interrogativo materiale, concreto e quotidiano che è emerso con chiarezza durante la riunione allargata promossa da Altragricoltura, Alleanza Sociale e Rete dei Municipi Rurali. Un incontro che ha registrato una prima buona partecipazione, inaspettata per la qualità e la articolazione della composizione, in cui è emerso con chiarezza come la discussione sui nuovi OGM (le Tecniche di Evoluzione Assistita – TEA) non sia affatto una questione tecnica o una disputa isolata tra laboratori scientifici. Le TEA sono oggi il detonatore, la prova macroscopica di un processo più profondo: lo svuotamento democratico dei processi decisionali che regolano il nostro sistema alimentare e della funzione e ruolo di agricoltori e cittadini mentre si concentra il controllo sulle filiere del cibo.

La domanda che l’assemblea ha rimesso al centro dell’agenda è radicale: “Quale agricoltura e quale cibo vogliamo?”

Vogliamo un’agricoltura costruita intorno ai bisogni delle comunità, alla fertilità dei suoli, alla biodiversità, alla qualità del cibo, alla trasparenza delle filiere e alla libertà di scelta dei cittadini e dei contadini? Oppure siamo disposti ad accettare un modello nel quale le decisioni strategiche sulle sementi, sulla genetica e sulle tecnologie agricole vengono progressivamente concentrate nelle mani di pochi soggetti economici globali?

È questa la vera e ultima questione. Le nuove biotecnologie e la spinta alla loro deregolamentazione non rappresentano una discussione scientifica isolata: sono una scelta politica e culturale sul futuro del sistema alimentare globale.

La contraddizione irrisolta: un patrimonio senza garanzie

Oggi tutti parlano di cibo sano, identità territoriale, biodiversità, qualità, filiere locali e “Made in Italy”. È la narrazione ufficiale che riempie i convegni e le campagne pubblicitarie. Ma quando arriva la questione concreta delle TEA e della deregolamentazione genetica, improvvisamente questi mondi e queste parole sembrano sparire, lasciando spazio a un profondo e preoccupante silenzio in cui si sente cantare il vecchio ritornello della modernità della scienza in nome del quale si può tutto.

Si può, per esempio, eludere risposte a domande fastidiose: se il futuro dell’agricoltura risiede nelle produzioni identitarie, nelle DOP, nelle IGP, nel biologico, nell’agroecologia, nella tutela della biodiversità e nel legame fra cibo e territorio, come si pensa di proteggere questo patrimonio in un quadro normativo che riduce la tracciabilità, indebolisce il principio di precauzione e rende più difficile distinguere le produzioni?

Dove sono oggi le garanzie reali per questo mondo? Chi lo rappresenta nel momento delle scelte cruciali? Chi ne tutela concretamente il diritto a esistere?

Se la distintività delle produzioni non è più un valore da proteggere, allora occorre avere il coraggio di dirlo apertamente. Occorre spiegare perché per decenni si è chiesto agli agricoltori di investire in qualità, biodiversità, certificazioni, legame con il territorio e tracciabilità, per poi considerare questi stessi elementi un ostacolo quando entrano in conflitto con i processi di liberalizzazione delle nuove tecnologie. Perché la vera questione non riguarda soltanto la possibilità di utilizzare o meno una determinata innovazione. Riguarda il modello agricolo che si intende costruire, la sua sopravvivenza stessa e chi sarà chiamato a sostenerne i costi.

Qui non siamo di fronte alla potenziale penalizzazione di un singolo comparto. Qui rischia di essere messo in discussione e azzerato il cuore stesso, l’identità profonda dell’agricoltura italiana. Senza quel legame inscindibile tra terra, trasparenza e distintività, semplicemente il nostro modello agricolo cessa di esistere con buona pace di un “Made in Italy” buono a fare mercato ma non a garantire sicurezze.

L’obbligo della responsabilità: chi paga i costi?

A questo punto, la discussione deve necessariamente spostarsi su un terreno imprescindibile: quello della responsabilità.

Chi sostiene la deregolamentazione a oltranza delle nuove biotecnologie dovrebbe spiegare pubblicamente come intende tutelare le produzioni biologiche, le DOP, le IGP, i biodistretti e tutte quelle filiere che fondano il proprio intero valore economico sulla riconoscibilità e sulla distinzione delle produzioni. Dovrebbe spiegare, carte alla mano, chi risponderà dei costi economici, ambientali e sociali derivanti dall’eventuale perdita di queste garanzie e dalle contaminazioni dei campi. Senza di questo, l’imposizione delle NGT è, soprattutto, l’ennesimo regalo ai pirati della speculazione senza responsabilità.

Il principio di precauzione non nasce per ostacolare l’innovazione scientifica, ma per garantire che il progresso sia responsabile, condiviso e trasparente, anziché guidato esclusivamente da logiche di profitto e di brevetto. Esigere responsabilità è un atto di giustizia elementare: significa impedire che i rischi di una tecnologia proprietaria vengano scaricati interamente sulle spalle di chi non l’ha scelta.

La vera novità politica di cui abbiamo bisogno: il superamento degli orticelli.

Di fronte ad una aggressione mediatica manipolatrice delle coscienze che vede lavorare le Organizzazioni professionali Storiche (Coldiretti, CIA, Confagricoltura, COPAGRI e i diversi orticelli loro satelliti) insieme alle più grandi lobbies industriali, sementiere e del biotech, davvero pensiamo che bastino le flebili voci di un mondo critico tanto vasto quanto frammentato?

Qui che si colloca la vera novità politica emersa dall’incontro, la vera notizia che va ben oltre il tema delle biotecnologie. Per la prima volta, mondi diversi hanno iniziato a ragionare come parte di uno stesso problema.

Fin’ora, agricoltori schiacciati dalla crisi dei redditi, produttori biologici, reti dell’agroecologia, amministratori dei piccoli comuni rurali, associazioni dei consumatori e operatori delle filiere territoriali hanno agito separatamente. Ognuno impegnato a difendere il proprio specifico recinto identitario, convinto che la propria eccellenza o le proprie ragioni bastassero a fare da scudo.

L’incontro ha messo in evidenza I nuclei centrali di interesse da cui ogni realtà parte in ragione del proprio impegno per affermare l’opposizione all’imbroglio dei nuovi OGM. La salute dei cittadini, il diritto al cibo sicuro e la difesa del contesto ambientale, la tutela delle specificità e delle culture del cibo di territorio, il diritto e la responsabilità a produrre per agricoltori e produttori delle filiere, il ruolo della scienza e della tecnica a supporto di uno sviluppo socialmente condiviso piuttosto che degli interessi della speculazione e della concentrazione finanziaria.

Punti di vista che partono da condizioni sociali diverse e da percorsi sviluppati nel tempo su trincee di resistenza troppo spesso isolate ma che devono fare I conti con gli stessi avversari e con lo stesso orizzonte La posta in gioco è il futuro del cibo e dell’agricoltura.

La riunione di ieri ha indicato la via: rompere l’isolamento delle diverse esperienze nella consapevolezza che, di fronte alle dinamiche della grande concentrazione industriale, tutti questi mondi condividono la stessa identica fragilità. Se viene meno il diritto alla distinzione delle produzioni, alla trasparenza e alla precauzione, viene meno il terreno comune sul quale tutte queste esperienze hanno costruito la propria credibilità e la propria sussistenza. Nessuno si salva da solo.

Al centro della iniziativa comune di agricoltori, artigiani del cibo, cittadini, tecnici va posta l’affermazione del diritto al cibo come bene comune e pilastro della democrazia. Dobbiamoporre insieme la prevalenza del diritto inalienabile dei cittadini a partecipare alle scelte che riguardano il sistema alimentare: come viene prodotto ciò che arriva sulle nostre tavole, chi controlla le sementi e chi decide le regole del mercato. Se si riducono gli strumenti di tracciabilità, si privano le comunità della sovranità sul proprio territorio.

L’agenda della resistenza: appuntamento tra dieci giorni

L’assemblea non si è conclusa con un semplice documento di denuncia o con una generica dichiarazione di intenti buona a piantare l’ennesima bandierina buona a lavarsi le coscienze ma con un impegno preciso e operativo. I partecipanti hanno convenuto sulla necessità di proseguire immediatamente il confronto, fissando un nuovo appuntamento tra una decina di giorni per provare a mettere insieme un fronte ampio allargato a tutti coloro che vorranno partecipare dello sforzo.

Non si tratta di cancellare identità, storie o specificità che rimangono un patrimonio prezioso. Al contrario. Si tratta di verificare se esistono le condizioni concrete per superare definitivamente la stagione degli orticelli e dare vita a uno spazio permanente di iniziativa, rappresentanza e proposta comune.

La sfida è aperta, limpida e non più rimandabile. Nelle prossime settimane saremo chiamati a una scelta di campo: continuare a difendere ciascuno il proprio recinto, assistendo immobili al nostro progressivo svuotamento, oppure costruire finalmente la casa comune di chi non intende rinunciare alla sovranità alimentare, alla democrazia e alla libertà di scelta.

L’Assemblea del 16 giugno 2026 non è stata un punto di arrivo, ma il possibile atto fondativo di un percorso di confronto e di lavoro che indichi la via di un modello sociale dell’agricoltura e del cibo responsabile e condiviso.

L’appuntamento è tra dieci giorni: per passare dalle parole ai fatti. Noi di Altragricoltura torneremo, come abbiamo più volte fatto in questi decenni, ad offrire all’obiettivo dell’unità (quella dei soggetti sociali veri e non quella delle sigle che troppo spesso rappresentano solo lobbies speculative) il supporto necessario a costruire un fronte comune di interessi condivisi e di azione.

Il ruolo degli agricoltori, degli artigiani del cibo, dei produttori

Qui si pone, per noi e per tutti, un primo punto non aggirabile: di un fronte composito socialmente largo, gli agricoltori e I produttori in genere, sono uno dei cardini indispensabili per evitare che la critica per fermare I nuovi ogm e affermare I principi di un modello sociale condiviso non sia relegato solo allìiniziativa di “consumatori” e “tecnici”.

Nei decenni scorsi il Paese si è largamente espresso “contro gli OGM” anche grazie ad un lavoro capillare che Organizzazioni di Agricoltori insieme a quelle di cittadini, sociali e politiche hanno saputo mettere in campo.

Oggi dovremo ricostruire un Fronte comune nella condizione nuova di cui dobbiamo prendere atto: tutte le Organizzazioni Professionali storiche degli Agricoltori (Coldiretti in testa) sono schierate a favore dell’imbroglio dei nuovi OGM.

Quale sarà il luogo in cui gli agricoltori e I produttori potranno schierarsi dentro una battaglia generale per tutelare l’agricoltura e il cibo della sovranità alimentare e dell’agroecologia?

In questo processo noi di Altragricoltura Confederazione Sindacale per la Sovranità Alimentare ci siamo e, insieme alla CNA Agroalimentare che è chiaramente intervenuta esprimendo posizionini inequivoche, mettiamo a disposizione il lavoro che stiamo sviluppando per dare voce a quanti nelle campagne come nelle città decideranno di non accettare la trappola della mistificazione che, ancora una volta, propone la “modernità” come arma per rendere “più accettabili” gli interessi della speculazione finanziaria.

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