Il tempo, il prezzo e la macchina argentina: la partita che l’Italia sta perdendo sul grano
Osservatorio sulle crisi del
Centro Studi Altragricoltura
2 maggio 2026
Ci sono luoghi, lontani a volte migliaia di chilometri dalle campagne italiane, dove il destino del nostro grano viene deciso mesi prima ancora che inizi la raccolta. Non è un campo, non è una borsa merci. È una filiera organizzata, efficiente, costruita per governare il tempo. È il caso dell’Argentina.
Tra novembre e gennaio, nelle pianure della Pampa, si conclude la mietitura del grano. Raccolte rapide, superfici estese, logistica già pronta. Ma il vero punto non è la quantità prodotta. È ciò che accade subito dopo. Il grano non entra immediatamente nel mercato: viene trattenuto, gestito, programmato.
Accanto ai silos tradizionali, il sistema argentino utilizza in modo capillare i silo-bag, gli enormi sacchi plastici distesi direttamente nei campi, capaci di conservare il raccolto per mesi. Non è solo una soluzione tecnica: è uno strumento strategico. Perché consente agli operatori di non subire il mercato, ma di scegliere il momento in cui entrarci.
E quando entrano, lo fanno con una macchina perfettamente coordinata. I grandi poli portuali del sistema del Paraná e dell’Atlantico sud – da Rosario fino a Bahía Blanca – sono veri terminal industriali del grano. Il prodotto arriva già contrattato, già destinato, già inserito nei flussi globali. La logistica non è un passaggio finale: è parte integrante della strategia commerciale.
Il raccolto resta fermo tra gennaio e aprile. Poi si muove. E si muove sempre nello stesso momento: tra aprile e giugno, quando il mercato europeo è scoperto, prima della nuova mietitura italiana.
È ora che il tempo diventa potere economico.
Nel primo quadrimestre del 2026, questa macchina ha ricominciato a girare a pieno regime. L’Argentina è tornata protagonista sui mercati globali con volumi elevati: produzione di grano nell’ordine di 27–28 milioni di tonnellate, export fino a circa 17 milioni. Il mais, ancora più rilevante, si mantiene su livelli molto alti, segno di un sistema agroindustriale che ha ritrovato piena capacità.
Questo ritorno non è casuale; al contrario, è una strategia. Da un lato, condizioni climatiche favorevoli che hanno riportato rese elevate, fino a 6–7 tonnellate per ettaro in diverse aree. Dall’altro, scelte politiche che hanno progressivamente ridotto la pressione fiscale sulle esportazioni agricole, attraverso il taglio delle ritenute all’export (retenciones), una delle leve centrali della politica agricola argentina. Nel caso del grano e dell’orzo, le aliquote sono state ridotte negli ultimi anni da livelli prossimi al 12% fino a circa il 7–9% a seconda delle fasi e delle decisioni fiscali.
E qui si innesta il secondo elemento decisivo. Perché mentre l’Argentina riduce il carico fiscale sull’export, l’Europa – attraverso il percorso dell’accordo UE–Mercosur in fase di definizione e applicazione progressiva – si muove verso una maggiore apertura commerciale.
Il risultato è lineare, quasi inevitabile: meno barriere all’ingresso + maggiore competitività all’export = forte pressione competitiva sui mercati.
Il grano argentino non solo parte a prezzi più competitivi, ma arriva in Europa senza ostacoli significativi. E quando arriva, entra direttamente nella formazione del prezzo.
Secondo FAO, International Grains Council e ISMEA, il prezzo all’origine si colloca nell’ordine dei 20–25 euro al quintale, variabile a seconda delle fasi di mercato e delle condizioni logistiche. Una volta nei porti italiani, tra trasporto e logistica, si attesta tra i 24 e i 26 euro.
È questo il prezzo che entra nel mercato italiano.
E i dati più recenti confermano che entra sempre di più. Ad aprile 2026, l’Italia è il 19° mercato globale per l’export argentino complessivo, ma sale sensibilmente se si guarda al comparto agricolo. Nei primi due mesi dell’anno, le importazioni italiane dall’Argentina sono cresciute del 15% rispetto allo stesso periodo del 2025. Grano duro e mais per la zootecnia sono le voci principali.
Non è un fenomeno marginale. Una quota minoritaria ma costante del commercio agroalimentare italiano con l’Argentina riguarda cereali, insieme ad altri flussi come oli vegetali e farine proteiche per mangimi.
Secondo dati ISTAT e CREA, produrre grano duro in Italia significa sostenere costi che si collocano tra i 30 e i 32 euro al quintale, spesso anche superiori a seconda delle aree.
Il punto è che quel prezzo più basso diventa il riferimento per tutti. Non serve che il grano argentino sostituisca quello italiano. Basta che esista. Il mercato si adegua per confronto.
Il risultato è uno squilibrio strutturale. Da una parte un sistema che può decidere quando vendere, come stoccare, come entrare nel mercato. Dall’altra un sistema che vende quando raccoglie.
In mezzo, il prezzo. Quando tra maggio e giugno le navi arrivano nei porti, la partita è già stata giocata.
La domanda non è se importare o meno grano. È un’altra: può reggere nel lungo periodo un’agricoltura che non controlla né il tempo né il prezzo?
Non viene a nessuno in mente la domanda se l’Accordo UE-Mercosur (come delle altre Aree di Libero scambio) non sia altro che l’istituzionalizzazione di un quadro normativo con regole legalmente assunte che impone definitivamente la crisi dopo che l’intero sistema di governo della nostra cerealicoltura è stato negli anni disarticolato in nome di un Made in Italy industriale che consegna completamente il controllo dei prezzi alla speculazione?






5 commenti
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E allora?? È colpa dall’Argentina che adegua sul mercato in difesa del suo export sostegno e modelli organizzativi della distribuzione?? Analisi corretta ma senza una proposta.
Autore
Non in tutti gli articoli bisogna scrivere le proposte, non ti pare?
C’è il momento dell’analisi e quello delle proposte.
Altragricoltura fonda la sua proposta generale sulla Sovranità Alimentare e l’Agroecologia ed ha condotto negli anni molte iniziative sulla cerealicoltura
È grano che va tutto ai pastificio o ai mangimifici??? Siccome qua vogliono (es. Barilla) tutto grano con proteine dal 14 * in su peso specifico 80 più???
Autore
Caro Mario …. se c’è una caratteristica che ha il grano duro che arriva in Italia dall’estero è il grado delle proteine alto. Siamo normalmente noi in Italia e nei Paesi del Mediterraneo che abbiamo più difficoltà di produrre proteine alte per via dei tempi del nostro ciclo produttivo ….. l’industria sa fare i suoi conti e, dopo aver ottimizzato i suoi investimenti con un ciclo produttivo funzionale ad abbattere i costi (le proteine sono funzionali ad avere più facilità nella produzione di formati di pasta “grossa” in modo che non spacchi) … importa grano con alti valori proteici normalmente (valori che altrove con altri climi si possono raggiungere più facilmente) … magari con valori di D.O.N. (il Deossinivalenolo) o altre muffe molto più alti dei nostri … ma comunque utili a loro
Eh! Mo m’incazzo! Porca troia! Anche un ebete capirebbe che cavolo di trattati commerciali vengono perpetrati, il governo vive con una cecità allarmante, non è capace di percepire la morte dei cerealicoltori.
I Contadini, pilastro insostituibile di una economia territoriale, resiste alle avversità di diversa natura, ha sempre garantito una pur minima sopravvivenza, anche nei periodi di carestia.
Non è più pensabile una così ibrida politica alimentare.