4 Domande a chi ci governa
Mentre lo Stato sostiene con garanzie pubbliche gli investimenti agricoli strategici all’estero anche superando i vincoli imposti alla produzione in Europa dalle scelte comunitarie, migliaia di aziende agricole italiane affrontano da sole crisi climatiche, mercati instabili e costi fuori controllo senza alcuna strategia di protezione. È su questa asimmetria che Altragricoltura chiede chiarezza e propone un’analisi aperta con l’obiettivo di aprire il confronto pubblico.
La politica e i mercati agroalimentari oggi si decidono lungo un asse che unisce i palazzi di Roma ai grandi spazi del Nord Africa. Al centro di questa mappa c’è l’agribusiness del Piano Mattei, una strategia nominalmente nata per stabilizzare l’area del Mediterraneo e mettere al sicuro le forniture per la grande industria. Noi che siamo un sindacato fatto di agricoltori che vivono di produzione primaria non vogliamo fare un processo ideologico alla cooperazione internazionale. Il punto che solleviamo è un altro, ed è una questione di pura equità: gli strumenti che lo Stato usa per proteggere chi investe all’estero sono stabili e forti, mentre le tutele per chi produce in Italia cambiano continuamente e lasciano troppi pesi sulle spalle dei coltivatori. È un problema di pesi e misure. Casuale o una scelta voluta?
Per capire di cosa parliamo, basta guardare il progetto pilota nel sud dell’Algeria, a Timimoun, affidato al gruppo BF S.p.A. (Bonifiche Ferraresi è la societò per azioni che insieme al CAI, Consorzi Agrari d’Italia, è il perno del sistema di imprese del sistema Coldiretti). Lì, insieme al Fondo Nazionale d’Investimento algerino, si stanno coltivando 36.000 ettari a grano duro, mais, leguminose e sementi. Un’operazione enorme che vede coinvolti partner sementieri, logistici e industriali della filiera del gruppo, dove l’accordo societario prevede una spartizione delle quote al cinquantuno per cento al partner locale e al quarantanove per cento a BF International.
Un investimento del genere non viaggia da solo. Chi fa internazionalizzazione d’impresa ha accesso a scudi importanti: polizze e garanzie pubbliche tramite SACE e SIMEST che riducono i rischi geopolitici e commerciali. Significa che se le cose vanno male per ragioni straordinarie, lo Stato copre le spalle. Questi progetti attingono a quel miliardo e duecento milioni di euro già mobilitato, su un fondo totale di cinque miliardi e mezzo stanziato per l’intero Piano Mattei.
Ma se lo Stato protegge il rischio oltreconfine, chi protegge chi resta?
Questa non è teoria economica, è la realtà che rischia di bussare alle porte dei nostri capannoni tra qualche anno. Creare grandi poli agricoli nel Mediterraneo, protetti dalle garanzie dello Stato italiano, configura per la grande industria di trasformazione un’opzione strategica in più nelle catene di approvvigionamento. L’analisi del Centro Studi Altragricoltura sta evidenziando un rischio concreto: se i grandi marchi industriali possono diversificare gli acquisti all’estero avendo le spalle coperte dal de-risking pubblico, la loro dipendenza dal raccolto italiano diminuisce. E quando la dipendenza diminuisce, in un mercato già condizionato da pesanti speculazioni e volatilità, il potere contrattuale si sposta inevitabilmente da una parte sola. Il rischio è che questo assetto possa tradursi in una pressione indiretta con effetti potenzialmente al ribasso sui prezzi all’origine qui in Italia, con un possibile impatto sui margini di trattativa dei nostri produttori locali.
Senza contare che le regole del gioco non sono uguali per tutti. Nei nostri campi lavoriamo rispettando i vincoli ambientali, sanitari e sociali della PAC europea, che sono i più severi e costosi del mondo. Chi coltiva in aree extra-UE si muove in contesti dove l’energia, l’acqua e il lavoro costano una fraction rispetto all’Italia. L’adesione a protocolli di sostenibilità volontari da parte dei grandi gruppi non cancella questo sbilanciamento di partenza nei costi di produzione, che si aggiunge alle storiche variabili che già determinano la formazione dei prezzi agricoli globali.
In Italia gli strumenti per difendersi dai rischi esistono, come AgriCat o i bandi ISMEA, ma giocano in un altro campionato. Sono legati a bilanci ordinari, tetti di spesa e regole europee stringenti sugli aiuti di Stato. Il Fondo AgriCat, nato per dare una mano contro gelate, alluvioni e siccità, si scontra con franchigie così alte e tempi così lunghi da lasciare spesso l’agricoltore da solo a pagare il conto dei disastri climatici. Le agevolazioni ISMEA sul credito risentono dei tassi bancari alti e richiedono comunque che l’agricoltore rischi il proprio capitale, indebitandosi.
Da un lato abbiamo scudi straordinari per “mitigare”facilitare e proteggere” i grandi investimenti industriali all’estero; dall’altro abbiamo la gestione ordinaria delle crisi per chi coltiva la terra italiana. E nei documenti pubblici non c’è traccia di dati trasparenti che mettano a confronto quante risorse vadano a proteggere il lavoro interno rispetto a quello oltreconfine. Perfino i rapporti indipendenti, come quelli del CeSPI, segnalano che in questo Piano mancano trasparenza e coinvolgimento delle realtà agricole più piccole. Per non parlare del Centro Studi dell’UNiversità Cattolica che esplicitamente punta il dito sulla assenza di trasparenza nelle informazioni.
Per rispetto di chi lavora e per fare chiarezza con i dati in mano, Altragricoltura pone oggi quattro domande istituzionali alla cabina di regia del Governo, chiedendo (almeno questa volta) risposte precise e non la solita fuffa dall’odore di propaganda.
La prima riguarda le risorse per chi resta, ovvero quale quota delle garanzie pubbliche e degli strumenti finanziari attivati nell’agribusiness sia destinata direttamente a sostenere le imprese agricole che producono sul suolo italiano.
La seconda chiede parità di protezione, indagando quali strumenti di difesa dal rischio climatico e di mercato, con le stesse agevolazioni concesse all’estero, siano previsti per i produttori italiani stretti tra siccità e calo dei prezzi.
La terza interroga l’esecutivo sull’impatto nei nostri mercati, per sapere quali valutazioni preventive siano state effettuate per capire come la presenza di questi canali esteri agevolati influenzerà l’equilibrio delle filiere cerealicole e proteiche italiane nel medio periodo.
Infine, la quarta esige trasparenza sui nomi, per avere un elenco pubblico e chiaro dei progetti agroalimentari garantiti dallo Stato, sapendo chi sono i beneficiari finali e quanta parte di rischio pubblico sia stata effettivamente assunta.
La cooperazione internazionale ha la sua legittimità, e non è questo il punto. Ma se la cooperazione internazionale è usata come grimaldello per mettere in campo azioni che le regole qui non permettono per poi importare nel mercato interno i prodotti di investimenti asimmetrici, allora è dumping di stato e noi vogliamo vederci chiaro.
Se lo Stato trova le risorse straordinarie per proteggere il rischio di chi investe fuori dall’Italia, allora deve trovare la stessa identica volontà politica per difendere chi la terra la lavora ogni giorno nei nostri territori. Senza questa coerenza, la “sovranità alimentare” di cui si fregia chi sta governando smette di essere una strategia economica e diventa solo uno slogan da usare nei convegni, mentre le nostre campagne continuano a svuotarsi.






1 commento
Non potrà mai esserci la sovranità alimentare se Lo Stato di qualsiasi paese non è padrone del Seme.
l’Italia ha ceduto la propria Sovranità Alimentare approvando gli NGT.
Le multinazionali del Seme sono i veri padroni del cibo.
L’ era del Contadino è finita.