Alla trasmissione del 11 agosto 2026 “In Onda” su La7 abbiamo dovuto registrare l’intervento di un giornalista e scrittore specializzato in questioni economiche (Stefano Feltri) che ha liquidato la “questione agraria e del cibo” sostenendo che l’agricoltura “non serve a niente”, che gli agricoltori sono quattro gatti tenuti in vita dalla politica e che viviamo di rendita coi soldi pubblici per inquinare la terra.
Subito dopo, fra i rimbrotti dei due conduttori, è stato il climatologo Luca Mercalli a ricordare al giornalista che “non esiste un solo modo di fare agricoltura” e che “l’agroecologia si va affermando ed estendo come scienza di gestione della terra”.
Chi volesse seguire i due interventi può scorrere la pagina e ascoltare i pochi minuti ripubblicati della trasmissione di ieri sera condotta in studio da Marianna Aprile e Luca Telese.
La prima domanda che viene da porre a Stefano Feltri è diretta: ” a quale agricoltura si riferisce, di quale agricoltura parla?”
Appare evidente che Stefano Feltri quando parla dell’agricoltura si riferisce “all’agroindustria” e all’approccio agroindustriale che vuole e impone l’agricoltura come reparto all’aperto dei padroni delle filiere agroalimentari, ignorando completamente (per ignoranza? per superficialità?) che, per fortuna, in Italia ed in Europa esistono agricolture, pratiche, modelli di agricoltura, allevamento, pesca e trasformazione artigianale che potremmo definire “contadini”.
Il giornalista dovrebbe conoscere i dati e dovrebbe sapere che in Europa il 93% delle aziende sono medio piccole, spesso con impostazione famigliare.
Dovrebbe anche sapere che quel 7% di imprese a vocazione finanziaria e industriale come tutto l’indotto riferibile alle filiere dell’agroalimentare gestito dalla concentrazione commerciale drena la stragrande parte delle risorse pubbliche italiane lasciando imprese famigliari, piccole e medie la miseria di circa il 20% del budget reale.
Certo questa “elite” che governa le filiere ha interesse a imporre modalità della produzione, distribuzione, consumo del cibo e uso della terra, del mare e dell’ambiente che non guarda agli interessi collettivi (come è quello di recuperare un rapporto con la natura corretto ed in equilibrio di cui l’innalzamento delle medie climatiche nel tempo al contrario indica lo sfasamento pericolosissimo). E’ interessata solo all’ottimazione dei propri investimenti ed a mettere le mani su quelli pubblici.
I”modelli contadini” fondati sulla centralità della piccola e media impresa, su un approccio rispettoso con la natura, gli animali, le risorse e le persone sono il contrappeso che ha impedito fin’ora al modello agroindustriale di imporsi definitivamente.
É grazie a loro ed alla loro ostinata distribuzione sul territorio che (dati CREA) dal 1990 ad oggi l’agricoltura italiana ha tagliato del 15% le emissioni. Basta? Certo che no. Ci serve un piano ed una visione per rilanciare l’agricoltura nei territori tornando a reinsediare le attività umane in modo da “abitare e vivere la terra e nel mare” investendo in un approccio rigenerativo che tutela i territori.
L’Agroecologia cui il Prof. Mercalli ha fatto riferimento in trasmissione è la via e l’ambito (scientifico, sociale, economico, produttivo) dentro cui questo può avvenire e, come ha sottolineato il climatologo, in effetti, si va estendendo come approccio generale in cui si sta riconoscendo la proposta dell’agricoltura del futuro.
Al giornalista viene da chiedere ancora: ma se gli agricoltori scompariranno definitivamente, chi dovrebbe produrre il cibo per i cittadini? Gli esegeti del neoliberismo (nella sua moderna forma ipertecnologica) hanno dato una risposta: non chi lavora la terra e nel mare, le proteine si possono produrre in laboratorio o su scala industriale magari geneticamente modificate o, comunque, la terra, il mare, l’aria non saranno più parte del ciclo vitale ma semplici supporti sterili di cui garantirsi il possesso e la proprietà senza più gli impicci delle culture, delle comunità. dei territori.
Se togliete i contadini, le stalle e i campi, dalle colline e dalle montagne, non ottenete il paradiso verde delle slide di certi opinionisti. Ottenete l’abbandono, il dissesto idrogeologico, i roghi estivi e la desertificazione reale. E ottenete un cibo che non ha più ragione di avere rapporto con la terra e le sue culture (già oggi i bambini delle scuole elementari di Milano pensano che le mucche siano viola), L’unico vero presidio del territorio è chi la terra la vive, la coltiva e la rispetta.
A che e a chi erve confondere i piani e per parlare di agricoltura in realtà parlare dell’agrbusiness?
Allora diciamolo chiaramente a Feltri e a chi la pensa come lui: la vera partita non è se sostenere o meno chi produce cibo, ma QUALE agricoltura vogliamo sostenere.
A ben guardare, forse, il giudizio “tagliato con l’accetta” di Stefano Feltri è mosso da altro, dalla premura di denunciare le pratiche dei partiti di governo che (loro si, purtroppo) negano generalmente il nesso fra le scelte di modello sociale ed economico (non solo dell’agricoltura) e l’aumento della temperatura lisciando il pelo ai problemi degli agricoltori per dare loro le mance utili alla campagna elettorale.
Anche in questo caso il giornalista mostra di non conoscere la realtà che è più articolata e contraddittoria di come viene presentata dalla propaganda.
Se c’è qualcuno che in Italia sa cosa significa l’innalzamento della temperatura e di quanto questo cambi le regole del gioco sono gli agricoltori che non riescono più a produrre non solo per le regole del mercato e l’aumento assurdo dei costi produttivi ma anche per gli effetti ambientali sulla pianificazione e gestione delle colture e dell’allevamento.
Dipingere gli agricoltori (che in larga parte sono vittime delle scelte politiche, come incuranti dei problemi ambientali e semplicemente ridicolo.
Il punto è “politico” e riguarda il ruolo e i programmi dei partiti e le loro proposte. In effetti abbiamo larga parte dello schieramento di governo attuale che “nega” la priorità degli interventi e delle scelte strategiche per fare fronte all’impatto dell’innalzamento delle temperature e bolla le scelte “green” come dannose. Ma queste non sono scelte degli agricoltori, sono scelte dei partiti. Feltri farebbe bene a chiedere conto a loro, esattamente come, del resto facciamo noi e altri impegnati ad affermare le riforme fondate sulla Sovranità Alimentare e l’Agroecologia.
Visto che c’è, il giornalista farebbe bene a chiederlo anche a quelle che sono le “forze dell’opposizione che si candidano al governo”. Quale sarebbe la loro proposta? La stessa che per decenni ha incarnato il “centro sinistra” di un’agricoltura “modernista” industrialista e della competizione sul mercato? Quella che ha votato per i nuovi OGM insieme alle forze di destra? Quella che ha sottoscritto gli accordi di Libero Scambio e che deregolamentano ancora di più il mercato “piallando” le aziende contadine e contribuendo a lasciare in piedi le aziende industriali che inquinano?
La verità è che nelle campagne italiane “siamo molto più avanti del dibattito culturale e di quello dell’informazione” e, certamente, il prossimo obiettivo del movimento sarà quello di porre alla società ed all’opinione pubblica il tema del cambiamento e della fuoriuscita dalla crisi muovendo da un punto sempre più chiaro: la crisi è, al tempo stesso e inestricabilmente, economica, sociale, produttiva, ambientale e di democrazia.
Su questo, speriamo, di saldare le relazioni con quanti già oggi assumono l’Agroecologia come paradigma del cambiamento (come ci sembra di rilevare nelle posizioni del prof. Mercalli) e con quanti sono interessati a confrontarsi sui modelli sociali ed economici del cambiamento come speriamo possa essere nel caso del giornalista Stefano Feltri
Gianni Fabbris
segretario confederale di Altragricoltura CSSA




















