Contro le TEA, senza se e senza ma: l’innovazione senza responsabilità è un debito sulle spalle degli agricoltori

L’innovazione senza responsabilità non è progresso, è uno scaricabarile per non dichiarare il vero obiettivo: rafforzare i poteri speculativi e la manipolazione del cibo

Nella Confederazione Sindacale per la Sovranità Alimentare è in corso un dibattito sui nuovi OGM, sulla natura dell’ennesimo tentativo di imporre il controllo sulle filiere dell’agroalimentare e su come contrastarlo. Tentativo che si fonda su una potente campagna di disinformazione oltre che sulla complicità di Organizzazioni Professionali e Lobbies di interessi. Il solo fatto che in tutto il mondo i nuovi OGM vengono conosciuti come NTG ( New Genomic Techniques) o, in Italiano NGT (Nuove Tecniche Genomiche) mentre in Italia vengono generalmente conosciuti come TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita), la dice lunga sull’uso strumentale delle parole, in questo caso ingentilite per non spaventare nel tentativo (vano) di evitare l’abbinamento degli NGT agli OGM di cui, in realtà, sono solo una espressione.

Questo che segue è l’estratto di una discussione tenuta nei giorni scorsi nel gruppo di lavoro.

Note dal dibattito del Gruppo di lavoro Contro le TEA e gli OGM
della Federazione del Bio x l’Agroecologia di Altragricoltura

C’è un momento preciso, nei passaggi decisivi della politica europea, in cui le parole smettono di descrivere la realtà e iniziano a costruirne una di comodo. Sta accadendo oggi con le TEA, le nuove tecniche di evoluzione assistita.
Il linguaggio si fa improvvisamente leggero: innovazione, competitività, semplificazione.
é un gioco antico, noi lo conosciamo bene e sarebbe utile che tutti noi ne prendessimo atto; ogni volta che il vocabolario della politica si alleggerisce, il peso reale si sposta altrove: nei campi, nel lavoro, nelle incertezze di chi produce.

Il tentativo di imporlo con la complicità delle Organizzazioni Professionali degli agricoltori non è una riforma tecnica neutrale. È una scelta che ridefinisce fli assetti del potere dentro la filiera agroalimentare europea, spostando il baricentro dalle campagne ai laboratori e ai centri decisionali delle filiere.

L’agricoltura non è un ambiente chiuso, ma un sistema vivo, biologico e territoriale. In un sistema di questo tipo, la questione non è solo cosa accade a un singolo gene, ma cosa succede quando quella modifica entra in circolo su scala reale.

La tecnologia non è neutra non perché abbia intenzioni proprie, ma perché si inserisce dentro rapporti di forza già esistenti e contribuisce a ridistribuirli. Se il modello europeo punta a ridurre gli attriti regolatori per adattarsi più rapidamente alle pressioni del mercato globale, sta di fatto scegliendo di sacrificare la prudenza sull’altare della velocità, con il rischio di trasformare i campi in un sistema ad alta esposizione economica e ambientale.

Questa dinamica diventa evidente nel concetto di semplificazione. Proporre di assimilare le piante ottenute con TEA alle varietà convenzionali significa, fra l’altro, ridurre tracciabilità, controlli ed etichettatura. Ma la semplificazione non è mai neutra: è una ridefinizione di ciò che è visibile e controllabile lungo la filiera.

Ridurre la trasparenza non elimina il rischio, lo sposta lungo la catena produttiva, sulle spalle di chi produce e di chi consuma. In questo quadro, il tema del seme, della sua disponibilità, natura e dell’accesso al suo uso, diventa cruciale.

In un sistema dove il seme è sempre più proprietà intellettuale, protetto da brevetti e licenze, il controllo si sposta a monte. Il seme non è più solo un mezzo produttivo agricolo: diventa un bene regolato da diritti esclusivi e condizioni contrattuali definite altrove. E quando il controllo si sposta a monte, l’autonomia di chi coltiva si restringe in modo progressivo, anche senza (apparenti) rotture immediate.

Per un’agricoltura che fonda la propria forza su origine, identità e territorio, un altro punto è decisivo: la tracciabilità. Se non è possibile distinguere in modo chiaro ciò che deriva da TEA da ciò che non lo è, il mercato perde la capacità di riconoscere la differenza e, così, anche i cittadini sono serviti e defraudati di una delle funzioni decisive che definisce il diritto al cibo: il diritto a scegliere consapevolmente.Senza distinzione non c’è scelta. Senza scelta, la qualità perde valore economico.

Il nodo più delicato resta quello della responsabilità. Se una coltura ottenuta con TEA interagisce con sistemi agricoli non TEA, chi risponde delle conseguenze? Chi tutela chi non utilizza queste tecnologie? Chi copre eventuali contaminazioni, mescolanze o perdite di valore?

Oggi il quadro regolatorio europeo non affronta questo punto in modo pienamente vincolante. E quando la responsabilità non è definita, il rischio non scompare: si scarica e, come accade spesso, si scarica su chi ha meno forza nella filiera.

Per anni si è detto che “l’agricoltura deve stare dentro il progresso”, spesso usando questo concetto come richiamo agli agricoltori considerati “conservatori e nostalgici del passato” ma oggi la questione è un’altra: chi è responsabile degli effetti di quello che viene presentato come progresso? Non può essere chi subisce gli effetti (gli agricoltori e i consumatori) a doversi fare carico dei problemi dovendoli rincorrere dopo.

Chi introduce una tecnologia che modifica gli equilibri del sistema deve essere “dentro” anche alla gestione delle conseguenze, non solo dentro l’autorizzazione. E, questo, è il punto politico centarle che va ben oltre la questione OGM o non OGM.

Si sta cambiando il modo in cui si definiscono le categorie, i confini e le regole di funzionamento del sistema agricolo europeo rendendolo sempre più opaco poco trasparente e, con i nodi che restano sempre gli stessi ( trasparenza, responsabilità, coesistenza tra modelli produttivi diversi), indistinguibili sotto il diluvio di demagogia strumentale e un uso delle parole funzionali ad un racconto utile a ridisegnare i poteri e le garanzie rafforzando quelli speculativi.

Altragricoltura non si schiera contro la ricerca, la scienza o l’innovazione maa la posizione è netta. La contrarietà all’introduzione delle TEA, così come oggi viene progettata, nasce da una valutazione precisa: il sistema che si sta costruendo non garantisce equilibrio tra innovazione e responsabilità.

La libertà di innovare ha senso solo se resta dentro un quadro che garantisce anche la libertà di non subirne gli effetti senza tutela. Non è una posizione difensiva, non è la cultura del no a tutti i costi, non è cultura della conservazione reazionaria: è una posizione politica, perché senza regole il mercato non è libero e senza responsabilità la tecnologia non è progresso.

Senza protezione per chi produce valore reale, e senza garanzie per chi deve scegliere il cibo, l’innovazione diventa uno strumento per ridisegnare gli equilibri senza dichiararlo. Una truffa, insomma, tentata nella migliore della tradizione dei truffatori, quella di chi imbroglia usando parole suadenti (l’evoluzione assistita ….. SIC!) e chiama a entrare in scena il sodale per garantire e confondere la vittima: non nostro caso quelle Organizzazioni Professionali Agricole che giurano mentendo (e sapendo di mentire) che le TEA non sono OGM per confondere la vittima ingenua!

Noi non siamo ingenui, abbiamo ben chiaro l’obiettivo e ci schieriamo senza alcun dubbio dalla parte del diritto dei contadini a esercitare il diritto dovere millenario e modernissimo di scegliere cosa e come produrre e quello dei cittadini ad essere informati.


1 commento

    • Antonio De Simone il 16 Maggio 2026 alle 12:32
    • Rispondi

    Ottima analisi, credo che i punti salienti della mega truffa siano stati elencati in modo che anche i meno informati abbiano una conoscenza del cibo consapevole.
    Vi è un passaggio fondamentale per abbattere definitivamente alla fonte questi pseudonimi OGM- NGT- e la fantomatica TEA ITALIANA, Riuscire a mobilitare i cittadini con l’ azzardato slogan: MEGLIO IL COMPANATICO CHE IL CIBO ogm-ngt.

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