Sei anni dopo. I caporali si sconfiggono con le riforme non criminalizzando gli agricoltori

Lo diciamo subito: siamo contro i caporali non solo per scelta etica ma anche perché consideriamo le aziende, i lavoratori e il territorio vittime del sistema che li esprime. La nostra agricoltura non può essere in mano ne agli sciacalli speculatori sul mercato che saccheggiano il reddito degli agricoltori, né alla barbarie di un sistema che obbliga ai ghetti ed allo sfruttamento del lavoro con i caporalato.
Il controllo e l’azione di polizia è certamente un passaggio importante. Ma la repressione non è la chiave che risolve i problemi. Soprattutto se trasforma una intera categoria, gli agricoltori, in criminali. Occorrono le riforme ed occorre una forte alleanza fra gli agricoltori e i lavoratori per ottenerle di fronte ad una politica mai capace di assumere le responsabilità.
Oggi, 13 giugno 2026, ripubblichiamo un documento che abbiamo prodotto e pubblicato 6 anni fa, il 13 giugno 2020, qualche giorno dopo che, il 10 giugno, nelle campagne fra Policoro e la Piana di Sibari, si mise in campo una vasta operazione di polizia contro il caporalato. L’operazione (60 indagati totali e 14 aziende sequestrate) fu annunciata come “un colpo mortale ai caporalato”. Nonostante il grande di spiegamento di forze e il fortissimo impatto comunicativo sulla stampa, in realtà già qualche giorno dopo l’operazione si è “sgonfiata”. Già nel mese di luglio i tribunali del riesame hanno annullato la gran parte dei provvedimenti cautelari e i provvedimenti di sequestro delle aziende. In breve tempo le condotte contestate alle aziende del Metapontino sono state derubricate a mere violazioni dei contratti di lavoro o a irregolarità di natura amministrativa e giuslavoristica, escludendo lo stato di totale sfruttamento, violenza o minaccia richiesto dalla legge per configurare il reato di caporalato. Cosa vuol dire? Che non c’è il caporalato e che tutto va bene? Certamente no, anzi.
Vuol dire semmai che il fenomeno del caporalato non si risolve criminalizzando gli agricoltori ma offrendo a loro, ai lavoratori e al territorio le soluzioni ai problemi che determinano i caporali: occorre organizzare le campagne di raccolta, il raporrto domanda/offerta di lavoro, i servizi, il trasporto, l’accoglienza in maniera efficace e trasparente. Occorre, anche e non ultimo, che alla produzione venga garantito il reddito garantendo che questo vada sia a tutelare il lavoro dipendente che gli investimenti degli agricoltori.
Dopo quella azione di Polizia,, spenti i riflettori, tutto è tornato come prima fino ad arrivare (nello stesso territorio) ai tragici fatti che hanno portato a bruciare vivi 4 braccianti .
Altragricoltura assume l’iniziativa contro il caporalato come uno dei punti strategici su cui riorganizzare l’agricoltura e, da sempre, lavora per coinvolgere gli agricoltori nella azione concreta per liberare le aziende, i lavoratori e il territorio dalla devastazione del ricatto dei caporali.
Qualche giorno fa abbiamo tenuto un primo incontro della direzione nazionale per mettere a punto il documento a base di una nostra nuova iniziativa a tutela del lavoro e contro il caporalato. che verrà diffuso in una iniziativa proprio a Policoro.
Oggi, 13 giugno 2026, ripubblichiamo l’articolo in cui commentavamo “a caldo” quella operazione di Polizia a testimoniare, ancora una volta, come quel territorio nel tempo ha saputo esprimere le proposte per affrontare la realtà. Proposte fin qui rimaste inascoltate dalla Politica e dalle Istituzioni.

A TRE GIORNI DALL’ENNESIMA OPERAZIONE DI POLIZIA NELLE CAMPAGNE: UNA PRIMA RIFLESSIONE
Saranno gli agricoltori e i lavoratori che dovranno cacciare i caporali dalle campagne

Articolo del 13.6.2020

La hanno chiamata “Demetra” l’operazione di polizia con cui i finanzieri hanno eseguito una imponente operazione repressiva contro il caporalato nelle aree fra la piana di Sibari e il Metapontino.

Dalle prime informazioni, emerge un quadro desolante, per alcuni tratti moralmente rivoltante (i braccianti stranieri chiamati scimmie e svuotati di ogni dignità umana sono il segno di una barbarie che grida vendetta) e che, lo vogliamo dire chiaramente e senza equivoci, svela quanto sia diffuso il ricorso al sistema del caporalato in agricoltura soprattutto nelle aree delle grandi campagne di raccolta dell’ortofrutta con buona pace di chi, come la Coldiretti, sostiene che sia un fenomeno che non esista e che riguarda piccoli numeri circoscritti, accreditando l’idea di un’agricoltura in cui tutti sono felici e tutto funziona (tranne che per i cinghiali e i falsificatori stranieri di parmesan che comunque non hanno la tessera gialla).

Al contrario noi sappiamo bene che il fenomeno del caporalato è la spia di una crisi vasta, di un malessere profondo. Abbiamo iniziato ad occuparci di contrasto del caporalato fin dagli anni ‘90 nel metapontino: Altragricoltura è nata proprio cosi, nell’impegno contro il caporalato. Un impegno da sempre mosso nel convincimento che fosse prima di tutto interesse degli agricoltori sconfiggere questa piaga antica che, nella trasformazione epocale degli ultimi trenta anni, svela il volto di una barbarie da medioevo che non meritiamo e che non rende giustizia dello sforzo di tanta parte delle imprese agricole di affermare modelli positivi.

Sottolineiamo ancora una volta senza stancarci che il problema sta nel modello agroalimentare della crisi imposto alle campagne italiane e di tutta l’Europa mediterranea. Un modello che espropria gli agricoltori del reddito con la GDO e la speculazione commerciale che con il dumping impone prezzi che non coprono i costi. Se il pomodoro al campo viene pagato meno di nove centesimi quanto per produrlo costa il doppio, cosa possiamo attenderci se non sfruttamento e indebitamento per le aziende che non riescono a coprire gli investimenti?

Sappiamo bene che il caporalato vive dell’assenza di servizi, del ruolo del pubblico e, lo ribadiamo ancora una volta, il moderno caporalato (come tutte le mafie) si sconfigge non con le misure di polizia (che pure servono a stabilire un quadro di diritti e legalità) ma se lo stato e il pubblico riprendono la propria funzione e se nella società passa la cultura della tutela dei beni e dei diritti comuni al posto della barbarie dello sfruttamento e della privatizzazione selvaggia.

Barbarie è un termine che noi associamo all’antico come se si riferisse a qualcosa che ci viene dal passato nella nostra presunzione di aver conquistato una meravigliosa modernità di sviluppo e progresso.

Ma dal passato, in realtà, arriva tanto altro e arrivano lezioni che noi dovremmo saper ascoltare. Policoro e Scanzano oltre 2.500 anni fa erano il centro della straordinaria cultura delle città magnogreche che proprio sul culto di Demetra fondavano l’uso della terra e delle risorse

Demetra, “Madre terra” o forse “Madre dispensatrice” sorella di Zeus, nella mitologia greca è la dea del grano e dell’agricoltura, costante nutrice della gioventù e della terra verde, artefice del ciclo delle stagioni, della vita e della morte, protettrice del raccolto e delle leggi sacre. Quindi una dea che parlava del futuro, della vita, della aspettativa dei cicli naturali e del loro rispetto.

Rispetto che i greci non tolleravano si mancasse come ci racconta uno dei miti fondamentali di Demetra, quello di Erisittone. Erisittone, empio e violentemente presuntuoso, non temeva la collera degli dei. Abbatté deliberatamente un bosco sacro per costruirsi una sala da pranzo. Fu punito e Demetra lo condannò ad una fame inesauribile. Per cibarsi, Erisittone dilapidò tutte le ricchezze della propria famiglia. Infine vendette più volte sua figlia al mercato e divenne un mendicante.

Noi non possiamo fare la fine di Erisittone, non possiamo, in nome della presunzione o della ignavia, violare le regole di buon senso che la natura ci indica ed essere coinvolti nel fallimento ma al contrario dobbiamo svolgere fino in fondo il compito di gestire con responsabilità la terra.

Basta con questa visione, di una agricoltura stracciona, con l’idea che siccome non ci sono servizi e non c’è il prezzo, non abbiamo alternative. Perché se è vero che spesso ci pagano il prodotto tanto poco da non coprire i costi, noi non possiamo accettare il ricatto e abbassare la testa, invece di puntare i piedi e batterci: noi non possiamo farci complici.

Le nostre radici, le nostre aziende, la nostra agricoltura sono sacre. Il compito degli agricoltori è mantenere la funzione dell’agricoltura gestendo la terra e producendo il cibo e per farlo non abbiamo bisogno di mafie o di sfruttatori. E’ nostro interesse, al contrario, cacciare dalle nostre terre i mafiosi di ogni tipo, sia quando hanno il volto ignobile di un caporale che chiama “scimmie” i lavoratori, sia quando (magari lo stesso caporale) ci presta i soldi a usura per poi portarci via l’azienda, sia quando scendono dalla fuoriserie da ultimo modello pagandoci 4 soldi il prodotto in nome del “mercato”, sia quando hanno l’ottuso e grigio anonimato di istituzioni assenti che parlano solo il linguaggio della repressione senza saper assumersi la propria responsabilità dando risposte di riforma.

Il caporalato esiste eccome ma, per fortuna, esistono e diventano sempre di più le aziende che, rifiutando questa idea dell’agricoltura stracciona, scelgono la via positiva del progetto di un’agricoltura che produca un cibo giusto, in maniera equa e provando a riempirlo di contenuti sociali, ambientali, di sicurezza sempre più riconosciuti e condivisi.
Prima di tutto a quelle aziende (ma comunque a tutti gli agricoltori e a tutti i cittadini) le istituzioni devono risposte, altrimenti da sole non ce la faranno: servono servizi, serve programmazione nelle campagne di raccolta, serve un’intermediazione di mano d’opera trasparente ed efficace, serve garantire l’applicazione di misure contro il dumping e la speculazione commerciale senza regole.

La politica la smetta di far fare al mercato, faccia il suo lavoro: le riforme.

Il Metapontino è stato il luogo da cui come Altragricoltura abbiamo iniziato il nostro cammino verso la Sovranità Alimentare diventando rete, movimento, sindacato nazionale e il Metapontino è uno dei luoghi in cui ancora oggi mettiamo in campo le pratiche e le proposte per uscire dalla morsa della crisi sollecitando le imprese a sviluppare il proprio protagonismo.

Qui, per esempio, abbiamo in pieno sviluppo le iniziative dopo che ci siamo mobilitati questa estate chiedendo risposte vere per i lavoratori italiani e migranti impegnati nelle campagne di raccolta mentre le istituzioni, colpevolmente, sgomberavano la Felandina senza dare risposte al dramma di tanti lavoratori e ai bisogni delle imprese.

Qui stiamo sostenendo i processi di integrazione che a Casa Betania stanno vedendo impegnata la Chiesa con il suo Vescovo nell’offrire condizioni degne ai lavoratori. Qui stiamo lavorando con l’Associazione NoCap per realizzare e collocare sul mercato con diverse imprese del territorio e di diverse aree del Sud prodotti etici togliendo braccianti migranti e donne italiane dal giogo dei caporali.
Il Metapontino, insomma, ha dentro di se gli anticorpi per sconfiggere l’idea di un’agricoltura della crisi in cui tanti vorrebbero che rimanesse e di cui il caporalato è solo uno dei segnali.
Ognuno, però, deve fare la sua parte! Noi scommettiamo sull’alleanza fra agricoltori, braccianti e cittadini in nome di un’agricoltura dei diritti, dell’agroecologia, del reddito, della funzione sociale e chiamiamo le imprese, le associazioni, i lavoratori all’unità per rafforzare i processi positivi.
Aspettiamo, nel frattempo, di capire cosa faranno (soprattutto se faranno qualcosa) le istituzioni.

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