INCHIESTA: IL SACRIFICIO DEL VINO ITALIANO
Analisi tecnica dello squilibrio competitivo e dell’omologazione alimentare nell’accordo UE–Mercosur**
Analisi dell’Osservatorio sulle
Aree di Libero Scambio (ALS)
del Centro Documentazione e Ricerca
di Altragricoltura

L’accordo tra Unione Europea e Mercosur firmato il 17 gennaio 2026 viene presentato come una svolta storica capace di connettere un mercato di oltre 700 milioni di consumatori. Ma l’analisi incrociata dei testi negoziali, degli allegati tariffari e delle clausole tecniche – condotta da Altragricoltura sulla base dei documenti del Consiglio dell’Unione Europea e degli allegati commerciali – restituisce una lettura radicalmente diversa: il settore agricolo europeo, e il vino italiano in particolare, non è il beneficiario dell’intesa, ma uno degli elementi utilizzati per riequilibrare interessi industriali più ampi.
L’accordo tra Unione Europea e Mercosur firmato il 17 gennaio 2026 viene presentato come una svolta storica capace di connettere un mercato di oltre 700 milioni di consumatori. Ma l’analisi incrociata dei testi negoziali, degli allegati tariffari e delle clausole tecniche – condotta da Altragricoltura sulla base dei documenti del Consiglio dell’Unione Europea e degli allegati commerciali – restituisce una lettura radicalmente diversa: il settore agricolo europeo, e il vino italiano in particolare, non è il beneficiario dell’intesa, ma uno degli elementi utilizzati per riequilibrare interessi industriali più ampi.
Il primo elemento che emerge con chiarezza è l’asimmetria nella liberalizzazione commerciale. I documenti indicano che l’Unione Europea ha accettato una liberalizzazione immediata del 76% delle importazioni provenienti dal Mercosur, quota destinata a salire rapidamente fino a circa l’84% dei prodotti complessivi a dazio zero nell’arco di 4–7 anni. Sul versante opposto, il Mercosur liberalizza immediatamente solo il 13% delle importazioni europee, rinviando la piena apertura per numerosi prodotti – tra cui il vino – a un orizzonte di 8–10 anni.
Per le categorie più sensibili, come il vino sfuso (HS 2204.29), i tempi si estendono fino a 15 anni, con una riduzione progressiva dei dazi articolata su quindici fasi annuali. Questo elemento, evidenziato dall’analisi di Altragricoltura sugli allegati tariffari del Mercosur, conferma una gestione selettiva della liberalizzazione: proprio nei segmenti più esposti alla competizione sui prezzi, l’accesso al mercato sudamericano resta a lungo limitato, mentre l’ingresso dei vini del Mercosur in Europa avviene in tempi molto più rapidi.
Questo squilibrio temporale non è un dettaglio tecnico ma il cuore dell’accordo: in pochi anni il vantaggio competitivo per i vini sudamericani si consolida in modo strutturale, mentre i produttori italiani continuano a operare in condizioni di accesso limitato. In termini economici, significa che una parte espande la propria quota di mercato mentre l’altra è costretta a difendere le posizioni esistenti.
Dentro questo quadro si inserisce il secondo elemento strutturale: il riconoscimento delle indicazioni geografiche del Mercosur. L’accordo prevede la tutela di 220 IG sudamericane, di cui 104 argentine, tra cui aree produttive come Mendoza, San Rafael, Valle de Uco, Salta e Patagonia. Altragricoltura evidenzia come questo passaggio, pur non indebolendo formalmente le denominazioni europee, produca un effetto competitivo profondo: attribuisce legittimità territoriale a produzioni caratterizzate da modelli industriali e costi inferiori, consentendo loro di entrare anche nei segmenti a maggiore valore aggiunto.
Non si tratta più di una competizione tra vino generico e vino di qualità, ma tra sistemi produttivi diversi che si confrontano sullo stesso piano simbolico. Il risultato è un’estensione della concorrenza dalle fasce basse fino alle nicchie premium, dove il vantaggio italiano era storicamente più solido.
Un ulteriore passaggio critico riguarda la clausola di coesistenza. L’accordo stabilisce che nomi già utilizzati nel Mercosur possono continuare a essere impiegati, a condizione che non inducano in errore sull’origine del prodotto. È il caso di denominazioni come Parmesano o Reggianito, che restano legali nei mercati sudamericani. Secondo Altragricoltura, questo meccanismo riduce la capacità dei produttori europei di difendere l’esclusività dei propri nomi e amplia lo spazio competitivo nei segmenti intermedi.
Il quadro normativo si completa con il tema delle barriere tecniche al commercio. L’accordo evidenzia come circa il 75% delle misure tecniche tra i due blocchi sia attualmente differente e introduce il principio secondo cui i regolamenti non devono costituire ostacoli non necessari agli scambi. Questo implica una pressione crescente verso l’armonizzazione, che può entrare in tensione con i disciplinari più restrittivi e con le pratiche produttive legate alla biodiversità.
Quando questi elementi giuridici vengono tradotti in dinamiche economiche, emergono effetti concreti sul territorio italiano. Le aree del Sud – Puglia, Sicilia, Campania – risultano le più esposte, con possibili contrazioni del fatturato tra il 15% e il 30% nei segmenti più vulnerabili. Il Veneto affronta una pressione significativa sui margini nella grande distribuzione, mentre in Piemonte e Toscana il rischio è rappresentato da una progressiva erosione del valore nei segmenti intermedi.
Particolarmente rilevante è il caso dell’Emilia-Romagna: l’ingresso a dazio zero di vini rossi strutturati a basso costo, accompagnati da certificazioni territoriali riconosciute, colpisce direttamente i prodotti destinati alla grande distribuzione. Secondo Altragricoltura, l’impatto si manifesta in tempi rapidi, già nella finestra dei 4–7 anni prevista dall’accordo.
In questo contesto si muovono operatori industriali già pronti a sfruttare le opportunità dell’intesa. Gruppi come Grupo Peñaflor, Catena Zapata e Zuccardi Valle de Uco sono in grado di presidiare simultaneamente più fasce di mercato, combinando scala produttiva, narrazione territoriale e competitività di prezzo.
La dimensione politica completa il quadro. L’Italia esporta verso il Mercosur principalmente macchinari e prodotti industriali, mentre il blocco sudamericano esporta prevalentemente prodotti agroindustriali. Il via libera all’accordo è stato accompagnato da un aumento di 45 miliardi di euro nel bilancio della Politica Agricola Comune previsto per il 2028. Secondo Altragricoltura, questo rappresenta uno strumento di compensazione più che una strategia di sviluppo.
Il risultato non è una crisi immediata, ma una trasformazione strutturale del contesto competitivo. Il vino italiano non perde il proprio valore, ma perde progressivamente le condizioni che ne garantivano la protezione.
L’accordo UE–Mercosur non colpisce il vino con una misura diretta. Lo espone, nel tempo, a una pressione competitiva nuova, continua e difficilmente reversibile. È in questa dinamica che si misura il vero impatto dell’intesa: il passaggio da un vantaggio competitivo protetto a un vantaggio competitivo esposto.
FONTI
* Commissione Europea – EU–Mercosur Trade Agreement
[https://policy.trade.ec.europa.eu/eu-trade-relationships-country-and-region/countries-and-regions/mercosur_en](https://policy.trade.ec.europa.eu/eu-trade-relationships-country-and-region/countries-and-regions/mercosur_en)
* Consiglio dell’Unione Europea – Documenti negoziali UE–Mercosur
[https://www.consilium.europa.eu](https://www.consilium.europa.eu)
* Allegato tariffario Mercosur – Annex 1: Tariff Elimination Schedule
(classificazione HS Code 2204.29 – vino sfuso, staging category fino a 15 anni)
* Annex on Wine and Spirits – UE–Mercosur Agreement
(disciplinari enologici e tempistiche di liberalizzazione)
* OIV – Organizzazione Internazionale della Vite e del Vino
[https://www.oiv.int](https://www.oiv.int)
* ISTAT – Commercio estero e produzione vinicola italiana
[https://www.istat.it](https://www.istat.it)
* Analisi interna e incrocio dati: Altragricoltura – Centro Documentazione – Osservatorio ALS








