Ospitiamo l’intervento di Yvan Sagnet e Simona Moscarelli dell’Associazione NOCAP, espressione di una importante iniziativa e movimento nato ormai quindici anni fa per contrastare il caporalato. L’Associazione NOCAP era presente in Piazza del Campidoglio il 7 marzo 2026 nella seconda delle due giornate indette dal COAPI per il “Diritto al cibo“. L’intervento di Simona Moscarelli e Yvan Sagnet contribuisce con l’analisi e con proposte ad alimentare il dibattito del FORUM CHEFARE? aperto dall’intervento di Gianni Fabbris (segretario generale di Altragricoltura CSSA) e promosso da Altragricoltura CSSA per fissare nel confronto i focus su cui concentrare l’iniziativa nella prossima fase.
di Simona Moscarelli e Yvan Sagnet
Le proteste degli agricoltori riportano al centro una crisi più profonda: meno aziende agricole, terra sempre più concentrata, valore catturato nella filiera e una competizione internazionale – come quella prevista dall’accordo UE-Mercosur – che rischia di aggravare ulteriormente la situazione.
Le proteste degli agricoltori che si sono svolte in questi giorni in diverse città europee hanno riportato l’agricoltura al centro del dibattito pubblico. Trattori nelle piazze, blocchi stradali e manifestazioni raccontano un disagio reale che attraversa il mondo agricolo.
Ma dietro queste mobilitazioni non c’è soltanto la protesta per i prezzi o per i sussidi. C’è una trasformazione più profonda del sistema agricolo europeo.
Negli ultimi decenni il numero di aziende agricole in Italia è diminuito drasticamente. Secondo i dati ISTAT nel 2020 erano attive circa 1,13 milioni di aziende agricole, quasi 500.000 in meno rispetto al 2010. In dieci anni oltre il 30% delle aziende è scomparso.
Allo stesso tempo la terra si è progressivamente concentrata: sempre meno aziende controllano una parte sempre più ampia della superficie agricola. Anche a livello europeo circa il 10% delle aziende agricole gestisce oltre la metà della terra coltivata.
Questa trasformazione ha conseguenze che vanno ben oltre l’economia agricola.
Quando un’azienda agricola chiude non scompare soltanto un’attività produttiva. Scompaiono famiglie, servizi e presidi sociali. I paesi si svuotano, le economie locali si indeboliscono e intere aree del territorio diventano più fragili.
In molte aree interne e del Mezzogiorno la crisi dell’agricoltura coincide con lo spopolamento dei territori.
In questo senso l’agricoltura non è un settore marginale: è una parte fondamentale dell’economia, del paesaggio, della cultura e dell’identità del Paese.
Il nodo della filiera: chi prende il valore
Un altro problema centrale riguarda la distribuzione del valore lungo la filiera alimentare.
Agli agricoltori arriva mediamente solo il 20–25% del prezzo finale degli alimenti, mentre una quota crescente del valore si concentra nella trasformazione industriale, nella logistica e soprattutto nella grande distribuzione organizzata, sempre più concentrata in pochi grandi gruppi.
Il risultato è un paradosso evidente: agricoltori con margini sempre più ridotti e consumatori che pagano prezzi sempre più alti.
Anche i sussidi agricoli spesso non si traducono in un aumento diretto del reddito agricolo. Una parte significativa viene assorbita lungo la filiera – nei costi degli input agricoli, nei servizi, nella trasformazione o nella distribuzione – senza arrivare realmente a chi produce.
In altre parole, una parte del sostegno pubblico all’agricoltura finisce indirettamente per sostenere altri segmenti del sistema agroalimentare.
Lavoro agricolo e sfruttamento
La compressione dei prezzi agricoli si riflette anche sulle condizioni di lavoro nei campi.
In molte aree agricole italiane migliaia di braccianti – spesso migranti – lavorano in condizioni di precarietà e con salari molto bassi. Combattere lo sfruttamento è indispensabile.
Ma ridurre il problema a uno scontro tra agricoltori e lavoratori significherebbe ignorare il nodo centrale. In molti casi entrambi sono nella parte più debole della filiera, schiacciati da un sistema economico che concentra il valore nelle fasi finali della distribuzione.
Per questo giustizia per i lavoratori agricoli e sostenibilità economica per gli agricoltori non sono obiettivi in conflitto. Sono due aspetti della stessa questione.
Caporalato, responsabilità e riforme necessarie
Il caporalato non è soltanto il risultato dell’azione di singoli criminali, ma anche delle distorsioni dell’intero sistema agricolo.
Per questo le associazioni datoriali e i sindacati devono assumersi una responsabilità molto più forte di quella che vediamo oggi.
Le associazioni datoriali devono avere il coraggio di riconoscere il problema e impegnarsi davvero per isolare chi sfrutta i lavoratori. Difendere le imprese sane significa anche affrontare il tema della sostenibilità economica dell’agricoltura.
Allo stesso modo anche i sindacati devono fare un passo in più. Non basta informare sui diritti o intervenire solo quando emerge un caso di sfruttamento. È necessario rafforzare la contrattazione collettiva, sia nazionale sia provinciale, per garantire condizioni che rendano davvero possibile un lavoro agricolo dignitoso.
Un passo importante nella lotta allo sfruttamento è stato compiuto con la legge 199 del 2016, che ha introdotto strumenti più efficaci per contrastare il caporalato e l’intermediazione illecita di manodopera.
Ma la repressione da sola non basta. Arrestare i caporali è necessario, ma non risolve le condizioni strutturali che permettono a questo sistema di esistere.
Serve un lavoro molto più ampio di prevenzione e coordinamento delle politiche pubbliche. Oggi le competenze sono disperse tra diversi livelli istituzionali: ispettorato del lavoro, centri per l’impiego, servizi sociali, trasporti locali, politiche migratorie e controlli sul territorio.
Per questo sarebbe necessario individuare un soggetto pubblico capace di coordinare queste politiche, mettendo insieme controllo del lavoro, collocamento agricolo, trasporti per i lavoratori stagionali, accoglienza e contrasto allo sfruttamento.
Solo un approccio integrato può ridurre davvero lo spazio del caporalato.
La dimensione globale e la contraddizione politica
A queste tensioni si aggiunge la dimensione globale.
Il dibattito sull’accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur solleva la questione della reciprocità commerciale.
Gli agricoltori europei sono chiamati a rispettare standard ambientali e sociali sempre più elevati. Ma queste stesse regole non sempre vengono applicate alle produzioni importate.
Il rischio è una competizione asimmetrica.
Qui emerge anche una contraddizione politica evidente.
Negli ultimi anni il governo ha celebrato il valore del Made in Italy agroalimentare e sostenuto la candidatura della cucina italiana a patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO.
Ma difendere il valore del cibo italiano significa anche difendere il sistema agricolo che lo produce.
Riequilibrare la filiera agroalimentare
Le proteste di questi giorni mostrano che la questione agricola non può più essere affrontata solo con misure emergenziali. Servono interventi strutturali che riequilibrino il funzionamento della filiera agroalimentare.
In Francia, ad esempio, le leggi Egalim hanno introdotto strumenti che rafforzano il potere contrattuale degli agricoltori e prevedono che i costi di produzione agricoli diventino un riferimento nei contratti lungo la filiera.
Seguendo questa direzione, anche in Italia e a livello europeo sarebbe necessario rafforzare alcune regole fondamentali:
- rafforzare le norme contro le pratiche commerciali sleali nella filiera alimentare
- introdurre maggiore trasparenza nella formazione dei prezzi lungo la filiera
- regolare il potere di mercato della grande distribuzione organizzata
- promuovere contratti agricoli più equi e pluriennali, collegati ai costi reali di produzione e capaci di impedire la vendita sistematica dei prodotti agricoli al di sotto dei costi sostenuti dagli agricoltori
- introdurre clausole di reciprocità negli accordi commerciali internazionali
- favorire l’accesso alla terra per giovani agricoltori e nuove imprese agricole, contrastando la crescente concentrazione fondiaria.
Nessuna di queste misure, presa singolarmente, è sufficiente. Ma insieme indicano una direzione chiara: costruire un sistema agroalimentare più equilibrato, in cui il valore del cibo sia distribuito in modo più equo tra chi lo produce, chi lo trasforma e chi lo vende.
Una scelta per il futuro
La crisi agricola non è una questione settoriale.
È una questione di giustizia economica, equilibrio territoriale e sostenibilità ambientale.
Se la terra continua a concentrarsi in poche mani, se il valore del cibo viene catturato soprattutto nelle fasi finali della filiera e se la competizione globale non è regolata da standard comuni, il risultato sarà inevitabilmente un’agricoltura con meno aziende, meno agricoltori e territori sempre più fragili.
Riportare l’agricoltura al centro delle politiche pubbliche significa riconoscere che la qualità del cibo, la transizione ecologica e la vitalità dei territori dipendono anche dalla capacità di garantire agli agricoltori condizioni economiche sostenibili.
Perché senza agricoltura non c’è territorio.
E soprattutto non c’è comunità.










