Made in Italy: chi ha deciso che vale più il commercio della terra ? Le 6 domande che nessuno vuole fare

Editoriale per Altragricoltura di Gianni Fabbris
(su materiale raccolto dal Centro di Documentazione di Altragricoltura)

Il dibattito sul Made in Italy agroalimentare torna ciclicamente al centro dell’attenzione, ma continua a evitare il punto decisivo: cosa significa davvero “origine” di un prodotto. Non è una questione tecnica, è una questione economica e politica, perché da quella definizione dipendono il valore delle filiere, il reddito degli agricoltori e la trasparenza verso i consumatori.

Il 15 di aprile 2026 il Ministero del Made in Italy ha deciso di celebrare la “GIORNATA DEL MADE IN ITALY” ed, allora, in previsione delle iniziative che come Altragricoltura assumerà di fronte al rischio dell’ennesima “fuffa”, vale la pena farsi qualche domanda prima di spendere il nostro tempo, più o meno consapevolmente, a regalare l’ennesima occasione alla speculazione

La verità è scomoda, ma va detta: il Made in Italy, così come è costruito oggi, non nasce per difendere l’agricoltura e, del resto, non serve nemmeno a difendere la trasformazione se non quella agroindustriale . Nasce per regolare il commercio. Ed è dentro questa scelta che si consuma, da anni, la frattura tra chi lavora la terra e chi lavora il prodotto.

Quando nel 2013 viene approvato il Codice Doganale dell’Unione (Regolamento 952/2013), non si introduce una novità improvvisa, ma si consolida un’impostazione che viene da lontano. Già il precedente codice doganale comunitario e, ancora prima, le regole internazionali dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, si basavano sullo stesso principio: l’origine non è dove nasce la materia prima, ma dove avviene l’ultima trasformazione sostanziale. Il 2013 non è l’inizio del problema. È il momento in cui quel modello viene rafforzato, modernizzato e reso ancora più efficace dentro il mercato unico europeo.

E allora la prima domanda scomoda è inevitabile: chi rappresentava l’interesse agricolo italiano quando queste regole sono state costruite e rafforzate?

Perché la norma è chiara, e non lascia spazio a interpretazioni: se un prodotto non è interamente ottenuto in un Paese, conta l’ultima trasformazione. Non conta il grano, conta il pastificio. Non conta l’uva, conta la cantina. Non conta l’oliva, conta il frantoio. Tutto il resto diventa secondario.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Grano canadese trasformato in Italia diventa pasta Made in Italy. Uve straniere vinificate in Italia diventano vino italiano. Olive importate frante sul territorio nazionale diventano olio italiano. È tutto perfettamente legale. È tutto perfettamente coerente con il sistema europeo. Ma è altrettanto evidente che questo meccanismo premia la trasformazione industriale e non la produzione agricola.

La seconda domanda scomoda diventa ancora più diretta: questo sistema ha davvero difeso il Made in Italy o ha difeso chi usa il Made in Italy?

Perché nel frattempo è successo qualcosa che non può essere ignorato. Il valore del marchio Italia è cresciuto nel mondo, ma il valore riconosciuto alla materia prima italiana è sceso o è rimasto schiacciato. Chi trasforma può comprare sul mercato globale, scegliendo il prezzo più basso. Chi produce in Italia non può competere con quei costi. Non è concorrenza internazionale: è una competizione interna, costruita dentro le stesse regole che dovrebbero valorizzare la filiera nazionale.

Questo è il punto che il sindacato ha il dovere di mettere al centro: il dumping non arriva solo da fuori, è anche dentro il sistema e, quello interno, è persino un nemico più insidioso.

La terza domanda scomoda è quella che più pesa: a chi ha fatto comodo questa ambiguità?

Perché il Made in Italy così definito consente di utilizzare un marchio fortissimo, costruito sulla reputazione del territorio, senza essere obbligati a usare materia prima di quel territorio. Consente di fare marketing territoriale con filiere globali. Consente di tenere insieme due cose che insieme non stanno: identità e delocalizzazione della materia prima.

E non è un effetto collaterale. È una conseguenza strutturale della norma.

In questo quadro, anche il tema dell’etichettatura va rimesso al suo posto. Le norme europee prevedono obblighi informativi, ma non impongono una trasparenza totale sulla provenienza di tutte le materie prime. Il consumatore legge “Made in Italy” e pensa a un prodotto italiano. Ma spesso legge una trasformazione, non una filiera.

La quarta domanda scomoda diventa inevitabile: quanti sanno davvero cosa stanno comprando?

Il punto, però, è che oggi si continua a parlare di riforma del Codice Doganale come se fosse la soluzione. Ma anche qui serve chiarezza. Quel sistema è costruito su decenni di accordi internazionali, su equilibri tra 27 Stati membri e su una logica che privilegia la libera circolazione delle merci. Cambiarlo significherebbe riscrivere una parte dell’architettura del commercio globale.

La quinta domanda scomoda chiama in causa i territori, le comunità, il concetto di filiera agroalimentare: se, per esempio, dei circa 4 milioni di tonnellate di pasta che si producono in Italia, solo il 5% è produzione artigianale mentre la quasi totalità è industriale e se oltre il 40% del grano necessario è importato, allora a pagare il prezzo, dopo i cerealicoltori italiani, non sono anche i trasformatori artigianali e i territori che si svuotano mentre il “Made in Italy” è un brand che saccheggia proprio la storia produttiva di un Patrimonio di conoscenze e saperi espresse dalle comunità?

E infine la sesta domanda scomoda è quella che smonta molte narrazioni e tante ipocrisia strumentali: chi chiede oggi di cambiare quelle regole, dov’era quando quelle regole venivano scritte?

Perché il problema non è esploso oggi. È stato costruito nel tempo. E per troppo tempo è stato coperto da una narrazione comoda, in cui il Made in Italy sembrava difendere tutto, mentre in realtà difendeva soprattutto la fase finale della produzione.

In questo scenario, esiste però una scelta diversa, già scritta nella legge italiana. Il 100% Made in Italy, introdotto nel 2009 (DL 135/2009 convertito in Legge 166/2009), rompe questa ambiguità: per poterlo dichiarare, tutto deve essere italiano. Materia prima, trasformazione, lavorazione, confezionamento. Nessuna scorciatoia, nessuna interpretazione.

Perché il 100% Made in Italy non è uno slogan identitario, ma un modello economico alternativo. Significa riportare valore alla materia prima, dare forza contrattuale agli agricoltori, rendere trasparente il mercato e impedire che il prezzo venga schiacciato da una concorrenza costruita su filiere globali travestite da nazionali.

A questo punto la domanda finale non è più tecnica, ma politica: vogliamo continuare a difendere un marchio o vogliamo difendere la terra. le filiere del lavoro, i territori e le comunità che quel marchio dovrebbe rappresentare?

Perché le due cose, oggi, non coincidono più.

Il Made in Italy, così com’è, premia la trasformazione. Il 100% Made in Italy rimette al centro la produzione. Il primo guarda al mercato globale. Il secondo parte dal territorio. Il primo può vivere senza agricoltura italiana. Il secondo no.

Ed è per questo che la battaglia vera non è a Bruxelles, ma qui. Nella capacità di costruire filiere trasparenti, nel coraggio di dire la verità, nella scelta di smettere di confondere il consumatore e di restituire valore a chi produce.

Il sindacato non può limitarsi a difendere un’etichetta. Deve difendere un modello economico e sociale. E oggi quel modello passa da una scelta netta: smascherare le ambiguità del Made in Italy e costruire, pezzo dopo pezzo, filiere fondate sull’unica origine che non può essere manipolata.

Quella totale. Quella verificabile. Quella che tiene insieme il lavoro di chi produce la materia prima e di chi la trasforma. Quella che ha una indicazione precisa e inequivocabile: 100% Made in Italy.

(come tutti i materiali del portale, i contenuti di questo articolo sono liberamente utilizzabili alla unica condizione di citare la fonte)

Fonti normative e istituzionali (raccolte dall’Osservatorio sulla crisi del Centro di Documentazione di Altragricoltura):

– Regolamento (UE) n. 952/2013 – Codice Doganale dell’Unione (Union Customs Code)
– Regolamento delegato (UE) 2015/2446
– Regolamento di esecuzione (UE) 2015/2447
– Regolamento (UE) n. 1169/2011 – Informazioni sugli alimenti ai consumatori
– Regolamento (CE) n. 178/2002 – Sicurezza alimentare e tracciabilità
– Regolamento di esecuzione (UE) 2018/775 – Origine dell’ingrediente primario
– Decreto-legge 25 settembre 2009 n. 135, convertito in Legge 166/2009 (100% Made in Italy)
– WTO – Accordi sulle regole di origine (Rules of Origin)



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