Pasquale Corvino, coordinatore della ‘Alleanza Sociale per la Sovranità Alimentare, interviene nel dibattito sulla questione dell’accordo UE-Mercosur con una nota a commento di un articolo che riporta l’intervista al Prof. Noci pubblicata su Affari Italiani.
Viene avanti l’idea che in fondo fare un accordo per importare prodotti a basso costo che amplificano i processi di dumping costringendo alla crisi ulteriormente i piccoli e medi produttori di vasti settori del processo di produzione del cibo sia utile al Paese.
Per esempio, l’intervista al professor Giuliano Noci pubblicata su Affaritaliani sull’accordo UE–Mercosur offre uno spunto importante di riflessione. Noci sostiene che l’Italia non possa permettersi di restare fuori e che il Made in Italy non sarebbe davvero minacciato, perché i prodotti di alta gamma continuerebbero a muoversi su un “piano diverso” rispetto alle merci a basso costo provenienti dal Sud America. (Fonte: https://www.affaritaliani.it/economia/mercosur-noci-italia-obbligata-sud-america-mercato-necessario-made-in-italy-rischio-997219.html)
Questa lettura pone però un problema enorme: in questo modello, chi resta fuori? Se l’attenzione è concentrata sulle grandi imprese esportatrici e sui mercati ricchi, il rischio è che le piccole aziende agricole, gli allevatori, i pescatori e le famiglie che fanno già fatica a fare la spesa vengano considerati “variabili di aggiustamento”.
Quando sullo stesso mercato arrivano prodotti realizzati con regole ambientali e sociali diverse, con costi più bassi e controlli non sempre equivalenti, la competizione diventa una corsa al prezzo. Chi rispetta le norme, tutela il territorio e produce qualità reale finisce schiacciato. E quando queste aziende chiudono, non perdiamo solo produzione: perdiamo lavoro, presidio dei territori, biodiversità e identità alimentare.
Ai cittadini viene promessa una cosa semplice: prezzi più bassi. Ma troppo spesso “più basso” significa più industriale, più standardizzato, meno trasparente. Nel breve si risparmia qualche euro; nel lungo si paga in salute, qualità e dipendenza da filiere lontane. Si crea così un sistema dove chi ha redditi alti continua ad accedere alle eccellenze, mentre chi ha meno possibilità è spinto verso prodotti più poveri. Non è un’idea di giustizia, né di sicurezza alimentare.
In tutto questo discorso manca la domanda centrale: dopo il Mercosur, l’Italia sarà davvero più capace di garantire cibo sano, accessibile e giusto per tutti? La sovranità alimentare significa reddito dignitoso per chi produce, rispetto del lavoro, tutela dell’ambiente e filiere chiare e vicine. Se un accordo commerciale indebolisce questi pilastri, non è inevitabile: è da correggere.
Dire che “l’industria reggerà” non basta. Un Paese non cresce sacrificando chi lavora la terra e chi fa fatica a mettere insieme il pranzo con la cena. L’accordo UE–Mercosur, così com’è, rischia di favorire pochi e di lasciare il conto a produttori e consumatori. Servono reciprocità vera nelle regole, protezioni per le piccole e medie aziende e politiche che rendano il cibo buono e accessibile. Diversamente, non è progresso: è un passo indietro pagato da tutti.




















