Dal 1° gennaio 2026, sulle etichette italiane sarebbe dovuta comparire un’informazione fondamentale: l’origine delle materie prime. Pasta, latte, riso, pomodoro e altri prodotti trasformati avrebbero dovuto informare i cittadini sulla provenienza degli ingredienti e garantire agli agricoltori italiani uno strumento essenziale per valorizzare il proprio lavoro.
Il Ministero ha scelto di rinnovare ancora una volta la proroga del progetto sperimentale sull’indicazione dell’origine in etichetta. Certo, la proroga mantiene la trasparenza (scongiurando al momento esiti ben peggiori) ma non risolve il problema di fondo: l’Italia continua a rinviare una scelta che altri Paesi europei hanno già fatto da tempo.
Sia chiaro, non è l’Europa a bloccare la trasparenza. Il Regolamento UE 1169/2011, articolo 39, stabilisce: «Gli Stati membri possono adottare disposizioni che richiedono indicazioni obbligatorie supplementari per tipi o categorie specifiche di alimenti (…) quando sussista un nesso comprovato tra talune qualità dell’alimento e la sua origine o provenienza.»
L’Unione europea, dunque, attribuisce piena facoltà agli Stati membri di tutelare i consumatori, prevenire le frodi e sostenere le filiere locali. L’Italia ha tutti gli strumenti giuridici per trasformare la trasparenza in norma definitiva.
Un esempio concreto di come sia possibile attuare i principi della trasparenza in etichettatura arriva dalla Francia, dove l’obbligo di indicare l’origine delle materie prime è diventato legge strutturale. Legge che è stata difesa anche davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea dopo che alcune aziende del settore alimentare, tra cui il gruppo Lactalis, avevano sollevato dubbi sulla compatibilità del decreto con il diritto europeo. La Corte ha chiarito che gli Stati possono imporre l’indicazione dell’origine quando esiste un legame con la qualità del prodotto e quando la misura è giustificata dalla tutela dei consumatori, confermando così la legittimità della trasparenza.
In Italia, i decreti sperimentali sull’origine del grano, del riso e del pomodoro hanno prodotto dati preziosi e hanno ricevuto pronunciamenti favorevoli da parte del TAR del Lazio e dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, che hanno ribadito la centralità della trasparenza in etichetta. Eppure, la legge definitiva non c’è ancora.
Gli effetti della mancata strutturazione della legge sono evidenti: la proroga mantiene attiva la trasparenza ma lascia ampi margini di incertezza sulla provenienza delle materie prime. Questo comporta concretamente che alcuni prodotti possono essere realizzati mescolando ingredienti italiani con altri importati senza un obbligo chiaro di dichiarazione definitiva. A subirne le conseguenze sono i cittadini, che dispongono di informazioni incomplete, gli agricoltori (la cui capacità di valorizzare il proprio lavoro e la qualità delle produzioni resta parziale) e le filiere locali, che operano in contesti dove la tracciabilità e l’origine non sono sempre certe.
Non solo la Francia ha reso obbligatoria l’indicazione dell’origine nel “Code de la consommation“, ltri Paesi europei hanno già fatto una scelta diversa: Germania, Belgio, Austria, Ungheria e Paesi Bassi hanno trasformato le sperimentazioni in norme stabili, tutelandole politicamente e giuridicamente. In Italia, invece, si procede ancora a colpi di proroga, come se la trasparenza fosse un’eccezione e non un diritto permanente dei cittadini e degli agricoltori.
Dopo anni di applicazione, dati raccolti, pronunce favorevoli e consenso sociale, non esistono più alibi tecnici o giuridici per non trasformare l’obbligo di indicare l’origine in legge strutturale.
Sapere da dove viene il cibo non è un privilegio né un’opzione temporanea: è un diritto e una leva decisiva per garantire quel cibo italiano celebrato in tutto il mondo. Consolidare la trasparenza in legge significa tutelare i cittadini, sostenere gli agricoltori e rafforzare le filiere italiane. Ora serve una scelta chiara e definitiva: una legge stabile sull’origine in etichetta, senza ulteriori proroghe e senza ambiguità.
Su questo l’intero movimento degli agricoltori che si sta impegnando a denunciare la crisi e sta lavorando a mettere in campo le alternative dovrà fare un salto di qualità nell’iniziativa del prossimo periodo per rafforzare il terreno dell’unità fra chi produce il cibo e chi del cibo fruisce.
Se la Sovranità Alimentare è il diritto di tutti i cittadini a determinare le scelte consapevolmente su cosa produrre, come produrre e come consumare, allora l’alleanza fra i cittadini e gli agricoltori può ben avere fra i suoi obiettivi concreti quello di una legge sulla etichettatura trasparente.
Gianni Fabbris
(segretario nazionale di Altragricoltura CSSA)




















