Gianni Fabbris, segretario generale di Altragricoltura CSSA (Confederazione Sindacale perla Sovranità Alimentare), interviene a commento della denuncia pubblica del C.E.V.C. (Coordinamento Europeo di Via Campesina) sulla “scomparsa” (falsificazione?) dei dati ufficiali sulle importazioni europee di pomodoro dal Marocco in Europa.
Le bugie dei controlli europei hanno le gambe corte. Il caso della “scomparsa dei dati sulle importazioni di pomodoro dal Marocco svela la verità: i controlli non si devono fare perché la verità va nascosta”
di Gianni Fabbris
Una “megalopoli” dedicata al pomodoro. E’ quella che il Marocco ha impiantato nel Sahara Occidentale fin dal 2000 su un perimetro di circa 70 chilometri intorno alla città di Dakhla. La sua espansione, basata sulla coltivazione del rosso ortaggio (circa 80%) e meloni (circa 20%). Grazie alle condizioni condizioni climatiche ottimali – una media di 300 giorni di sole l’anno, il 30% in più rispetto alla regione marocchina di Souss Massa, dove si concentrava in precedenza la produzione – che consentono di anticiparne la coltivazione e la raccolta di 2-3 settimane e grazie ai “green corridor” (gli accordi di Libero Scambio fra i Paesi Europei e quelli della sponda sud del Mediterraneo) questa operazione apparentemente solo commerciale è cresciuta e si affermata nei volume e nella dimensione diventando modello per il nuovo corso dell’agroalimentare nel Maghreb.
Già nel 2017 l’ONG Mundabat e l’organizzazione degli agricoltori spagnoli COAG (una delle realtà spagnole affiliate a Via Campasina Europa) denunciavano che l’operazione era guidata dallo stesso re del Marocco Mohamed VI, insieme a cinque grandi gruppi imprenditoriali del Paese, a spese della popolazione indigena Saharawi, esclusa dal progetto e degli agricoltori del vecchio continente che subiscono la concorrenza, crescente, di questa fetta di Africa.
Sta di fatto che i dati ufficiali nel 2017 attestavano come le importazione di pomodoro in Europada quell’area erano aumentate del 170% ed erano in costante e crescente aumento.
E oggi? Oggi i dati sono scomparsi e largamente sottostimati nei numeri come con imbarazzo la stessa Commissione Europea è costretta ad ammettere e su cui il Coordinamento Europeo di Via Campasina ha fatto pubblica denuncia che attende ancora chiarimenti. Questo ci obbliga ad alcune considerazioni.
Mentre nei palazzi di Bruxelles si accelera per chiudere nuovi accordi commerciali dalla Cina al Mercosur, promettendo “clausole specchio”, controlli rigorosi e monitoraggi stringenti, la realtà racconta una storia opposta: quella di una cecità istituzionale che non appare accidentale, ma strutturale. La denuncia del Coordinamento Europeo Via Campesina sulla scomparsa delle statistiche ufficiali relative alle importazioni di pomodori dal Marocco e dal Sahara Occidentale non è un semplice disguido tecnico. È il sintomo di un sistema che non vuole e non deve vedere.
I flussi di pomodori verso l’Europa non si sono mai fermati. Eppure i portali ufficiali della Direzione Generale Agricoltura mostrano cifre irrisorie o dati “temporaneamente assenti”. Un’assenza che pesa come un macigno. Perché nel momento stesso in cui l’Unione Europea chiede fiducia ai cittadini e agli agricoltori sulla tenuta dei controlli nei nuovi trattati di libero scambio, dimostra di non essere in grado — o di non voler essere in grado — di garantire trasparenza su quelli già in vigore.
Il punto è politico. Se i dati non ci sono, il problema non esiste. Se le statistiche non emergono, le quote non risultano sforate, i dazi non risultano aggirati, le perdite fiscali non diventano un caso pubblico. Ma le importazioni continuano. E continuano dentro un sistema doganale che assomiglia sempre più a un colabrodo. Non un errore occasionale, ma un impianto strutturale che rende impossibile un controllo effettivo. Perché se i numeri completi fossero resi pubblici, si scoprirebbe probabilmente che le quote vengono superate di decine di migliaia di tonnellate e che le esenzioni doganali producono un danno economico rilevante per le casse europee (dunque pagato non solo dagli agricoltori europei ma da tutti i cittadini)
In questo scenario il pomodoro diventa la cartina di tornasole di un modello. Mentre il dibattito pubblico viene distratto da altre tensioni commerciali, nel cuore del Mediterraneo si consuma un processo silenzioso: la progressiva destrutturazione del comparto italiano. Il pomodoro non è solo una merce. È filiera, lavoro stagionale, trasformazione industriale, presidio territoriale. Senza tracciabilità reale e senza rispetto effettivo delle quote previste dagli accordi, il prodotto nordafricano esercita una pressione costante sui prezzi, comprime i redditi agricoli e indebolisce il potere contrattuale dei produttori italiani. La scomparsa delle statistiche non è neutrale: impedisce di misurare l’impatto reale di questa pressione e protegge politicamente chi ha scelto di liberalizzare senza garantire condizioni di reciprocità.
C’è poi una narrazione da smontare. Non siamo davanti a una competizione tra agricoltori italiani e piccoli produttori marocchini. Una parte significativa della produzione destinata all’export è controllata da grandi gruppi agroindustriali, spesso con capitale europeo, che delocalizzano per sfruttare costi della terra, dell’acqua e del lavoro più bassi. In questo quadro il Marocco diventa piattaforma produttiva per rientrare nel mercato europeo a condizioni vantaggiose, mentre l’agricoltura territoriale italiana resta schiacciata tra costi crescenti e prezzi imposti.
Nel caso del Sahara Occidentale il tema assume anche una dimensione giuridica e politica ulteriore. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha ribadito la distinzione tra il territorio del Sahara Occidentale e il Marocco e la necessità del consenso del popolo saharawi per accordi che lo riguardino. Eppure l’opacità dei dati commerciali si inserisce in una stagione di negoziati condotti con modalità che hanno già sollevato critiche sulla loro legittimità.
Il nodo, dunque, non è il commercio in sé. È l’uso del libero scambio come leva per comprimere diritti, abbassare standard e concentrare potere economico. Senza trasparenza sui flussi reali, senza controllo pubblico dei dati, ogni promessa di “clausole specchio” diventa un esercizio retorico. Non si può chiedere fiducia mentre si oscurano le informazioni essenziali.
Se il Parlamento Europeo intende esercitare il proprio ruolo, deve pretendere chiarezza prima di qualsiasi nuovo accordo. Non si possono approvare intese commerciali sulla base di statistiche mancanti o sottostimate. La sovranità alimentare non è uno slogan identitario: è la capacità di un territorio di mantenere viva la propria produzione, il proprio lavoro agricolo e la propria autonomia economica.
Il pomodoro è solo un simbolo, ma è un simbolo potente. O si ristabilisce la trasparenza come prerequisito democratico, oppure il prezzo lo pagheranno i territori, i produttori e i cittadini europei. E allora non si potrà più parlare di errore tecnico. Sarà stata una scelta.





