L’Agricoltura Italiana Sta Crollando: dietro i record dell’agroalimentare, un Paese che perde la sua terra
L’Italia celebra i suoi record: 44,4 miliardi di euro di valore aggiunto, un export agroalimentare che punta ai 75 miliardi, primati europei ripetuti come un mantra. Ma dietro questa facciata scintillante si consuma un’altra storia, molto meno raccontata e molto più reale: l’agricoltura italiana sta crollando. Non lentamente, non in modo invisibile. Sta cedendo pezzo dopo pezzo, mentre l’industria alimentare prospera e si prende la scena.
I numeri ufficiali — Istat, Ismea, Eurostat — non lasciano spazio alle interpretazioni. Il valore aggiunto cresce, ma cresce lontano dai campi. Cresce nei capannoni, nei centri di trasformazione, nei magazzini della logistica. L’industria alimentare avanza con un +3,2%, mentre la produzione agricola primaria resta schiacciata dall’aumento dei costi e dalla caduta dei prezzi all’origine.
È qui che si manifesta il paradosso italiano: siamo primi in Europa per valore aggiunto del sistema agroalimentare, ma siamo anche il Paese dove l’agricoltura scompare più velocemente. Perché quel valore non è agricolo: è industriale. È il margine generato dal packaging, dal marketing, dalla distribuzione. È ricchezza che si accumula a valle della filiera, mentre a monte — dove si semina, si alleva, si raccoglie — restano solo debiti, rischio e fatica.
Dietro il marchio “Made in Italy” si nasconde una verità che raramente arriva al grande pubblico: una quota crescente dei prodotti italiani nasce da materie prime straniere.
Oltre il 60% del grano tenero è importato. L’Italia è il primo importatore mondiale di olio d’oliva. Quasi la metà dei mangimi per la zootecnia arriva dall’estero. Il mais che alimenta gli allevamenti è in larga parte di importazione, così come la soia, base proteica fondamentale per carne, latte e uova, quasi totalmente importata.
Latte, cagliate e polveri di latte vengono importati e impiegati nella trasformazione industriale, soprattutto nei prodotti non a denominazione, per ragioni di costo e di convenienza lungo la filiera, pur in presenza di una produzione nazionale significativa. I legumi secchi – lenticchie, ceci e fagioli – sono in gran parte importati. Oltre l’80% dello zucchero consumato arriva dall’estero dopo la chiusura degli zuccherifici.
Le patate fuori stagione sono prevalentemente di importazione. Il concentrato di pomodoro destinato al mercato low-cost arriva in larga parte dall’estero. Più del 70% del pesce consumato in Italia proviene da altri Paesi.
Non si tratta di integrazione commerciale, ma della sostituzione progressiva della produzione nazionale con materia prima più economica, resa possibile dall’assenza di tutele sul prezzo all’origine. È la radiografia di una dipendenza strutturale. Ogni tonnellata che entra racconta ciò che non produciamo più. Ogni importazione è il segno di un pezzo di sovranità alimentare che se ne va.
Intanto, i consumatori pagano sempre di più. A gennaio 2026 l’inflazione alimentare ha raggiunto il +2,3%, più del doppio dell’indice generale. I prezzi al dettaglio salgono, soprattutto sui prodotti freschi, ma quelli riconosciuti agli agricoltori continuano a comprimersi.
I costi di produzione — energia, carburanti, fertilizzanti — sono esplosi: solo gli energetici regolamentati hanno segnato un +8,7% in un solo mese. La forbice tra campo e scaffale non è mai stata così ampia: il consumatore è tartassato, l’agricoltore è strangolato, e nel mezzo si accumulano i margini della grande distribuzione e degli intermediari.
Il quadro strutturale è drammatico. Il Censimento Istat certifica che tra il 2010 e il 2020 sono scomparse 488.487 aziende agricole, oltre una su tre. Oggi, secondo le elaborazioni Istat–Ismea, quasi 300.000 aziende rientrano nella categoria delle realtà fragili o marginali, con una redditività reale in contrazione stimata intorno al –10% nell’ultimo anno.
Non è una crisi improvvisa: è una estinzione progressiva. La superficie agricola media aumenta, ma non perché l’agricoltura cresce: aumenta perché i piccoli falliscono e i terreni vengono accorpati. È desertificazione sociale, non sviluppo.
E il ricambio generazionale è al minimo storico: solo il 13% delle aziende è guidato da under 44. Senza giovani, l’agricoltura non evolve. Si spegne.
Se nulla cambia, l’Italia non smetterà di esportare cibo: smetterà di produrlo. Diventerà una piattaforma logistica, un luogo dove materie prime globali entrano, vengono confezionate sotto un marchio tricolore e riescono dal Paese. Un modello che vende italianità come concetto di marketing, mentre l’agricoltura reale scompare.
Non è la terra a sparire: è l’agricoltore. E quando scompare l’agricoltore, il valore non muore: cambia padrone.
La riforma non può più attendere. Serve trasparenza totale sull’origine delle materie prime. Servono prezzi minimi basati sui costi reali di produzione. Serve una redistribuzione del valore lungo la filiera. E serve che gli incentivi pubblici vadano solo a chi dimostra un legame reale con la produzione nazionale.
L’agricoltura non è una voce del PIL da sacrificare. È sovranità alimentare, lavoro, territorio, libertà. E oggi, i numeri ufficiali ci dicono che questa perdita non è un rischio futuro: è già in corso.





