La Corte dei conti accende i riflettori sul Fondo italiano per il Clima e sul ruolo del Piano Mattei

La Corte dei conti accende i riflettori sul Fondo italiano per il Clima e sul ruolo del Piano Mattei. Anche noi vorremmo vederci chiaro, fra l’altro ci spiegate perchè prendete i soldi pubblici dal fondo per i progetti climatici ? Qualche parlamentare vuole fare una interrogazione?

Studio e analisi dell’Ossrvatorio sulle crisi
per il Centro di Documentazione di Altragricoltura

Il Fondo Italiano per il Clima nasceva come uno degli strumenti più ambiziosi della cooperazione internazionale italiana: 840 milioni di euro l’anno tra il 2022 e il 2026 destinati a finanziare interventi contro i cambiamenti climatici nei Paesi emergenti e in via di sviluppo. Un fondo rotativo affidato alla gestione di Cassa Depositi e Prestiti, costruito per sostenere progetti ambientali, agricoli, energetici e infrastrutturali coerenti con gli accordi internazionali sul clima.

Ma la relazione della Corte dei conti approvata con Delibera n. 45/2026/G apre una questione politica molto più profonda: il Fondo climatico italiano sta progressivamente diventando uno strumento funzionale al Piano Mattei e agli interessi strategici italiani in Africa.

La Corte scrive infatti che “almeno il 70% delle risorse del Fondo Clima” viene indirizzato verso progetti collegati alla cooperazione con i Paesi africani, inseriti in una strategia che comprende sicurezza economica, energetica, climatica e persino il contrasto ai flussi migratori irregolari.

Non si tratta di un dettaglio tecnico. È una trasformazione politica sostanziale. Il Fondo, nato formalmente per sostenere la finanza climatica internazionale e l’adattamento ambientale nei Paesi vulnerabili, viene progressivamente inserito dentro una strategia più ampia di sicurezza economica, energetica e geopolitica italiana.

La stessa relazione chiarisce che il Fondo Clima rappresenta “la componente ambientale e climatica” del Piano Mattei. Dietro la retorica della cooperazione climatica emerge quindi un altro livello politico: il clima diventa leva geopolitica.

La relazione descrive chiaramente anche il nuovo assetto della governance. Per la quota ordinaria del Fondo operano i comitati interministeriali previsti dalla legge istitutiva. Ma per la quota destinata al Piano Mattei — cioè la parte largamente prevalente — le funzioni decisionali vengono trasferite a un Comitato Tecnico presso la Presidenza del Consiglio.

La Corte lo scrive senza ambiguità: “La Governance della quota destinata al Piano Mattei (70% delle risorse originariamente assegnate al Fondo Clima) è affidata a un Comitato tecnico presso la Presidenza del Consiglio dei ministri”.

In altre parole: il cuore operativo del Fondo Clima esce progressivamente dall’alveo della cooperazione ambientale tradizionale ed entra dentro una cabina strategica direttamente collegata alla Presidenza del Consiglio.

La Corte dei conti non contesta apertamente questa scelta. Però mette in fila una serie di criticità che pesano come macigni.

La prima riguarda la difficoltà di trovare progetti realmente finanziabili. Secondo la magistratura contabile, nei Paesi destinatari — soprattutto africani — manca spesso una struttura tecnica locale in grado di costruire iniziative capaci di attrarre investitori e garantire sostenibilità finanziaria.

La relazione parla esplicitamente di “difficoltà a reperire offerte progettuali capaci di attrarre risorse da parte di soggetti finanziatori” e aggiunge che esistono “carenze tecniche locali” che impediscono la costruzione di una vera filiera progettuale.

Tradotto: i progetti climatici che dovrebbero alimentare il meccanismo rotativo del Fondo non riescono facilmente a stare in piedi economicamente. Ed è qui che emerge il nodo centrale.

Un fondo rotativo non è una semplice erogazione pubblica: deve generare ritorni, garanzie, capacità di rientro finanziario. Ma la Corte sottolinea che molti contesti africani presentano livelli di rischio elevati e difficoltà operative tali da rendere fragile proprio il meccanismo economico del Fondo.

La relazione evidenzia infatti “rischiosità elevata dei Paesi destinatari e relative difficoltà a generare ritorni economici da progetti di adattamento in grado di supportare il meccanismo rotativo del Fondo Clima”.

La conseguenza è che la finanza climatica rischia di trasformarsi in un enorme contenitore politico-finanziario dove gli obiettivi climatici, quelli geopolitici e quelli industriali finiscono per sovrapporsi senza una reale trasparenza sugli impatti concreti.

La Corte insiste anche su un altro punto delicato: la complessità procedurale. Secondo la relazione esistono “difficoltà procedurali legate ad adempimenti normativi nazionali e a vincoli regolatori, non facilmente applicabili in contesti complessi come quelli dei Paesi destinatari”.

E mentre la governance si amplia, cresce anche il rischio di opacità decisionale. Non a caso, tra le raccomandazioni finali, la Corte chiede un rafforzamento della trasparenza “anche mediante la pubblicazione periodica di dati sugli interventi finanziati e sull’operatività del Fondo”.

Il punto politico, però, resta tutto aperto. Perché mentre l’Italia dichiara di voler sostenere la transizione climatica globale, il Fondo viene progressivamente orientato verso un disegno strategico nazionale che intreccia energia, approvvigionamenti, stabilità geopolitica, controllo dei flussi migratori e presenza economica italiana nel continente africano.

Qualche domanda è inevitabile anche per il mondo agricolo: chi controllerà davvero la destinazione di queste risorse? Quali modelli agricoli, energetici e territoriali verranno sostenuti in Africa? Soprattutto: il rischio è che la finanza climatica venga utilizzata per costruire nuove filiere di approvvigionamento e nuovi equilibri geopolitici più che reali percorsi di sovranità alimentare e sviluppo locale?

Nella relazione della Corte compare chiaramente anche il settore agricolo tra gli ambiti prioritari degli interventi: energie rinnovabili, efficienza energetica, infrastrutture sostenibili, agricoltura, risorse naturali e sviluppo istituzionale.

Questo significa che il Fondo Clima potrà incidere direttamente sui modelli agricoli africani, sulle infrastrutture rurali, sulla gestione delle risorse naturali e sulle future catene agroalimentari internazionali ma, senza trasparenza pubblica sugli investimenti, sui beneficiari finali e sugli impatti territoriali, il rischio è enorme: quello di trasformare la cooperazione climatica in uno strumento di penetrazione economica e finanziaria.

La Corte dei conti, pur mantenendo un linguaggio istituzionale, lancia un segnale preciso: il sistema oggi mostra criticità operative, limiti progettuali, fragilità nella capacità di attrarre capitali e un crescente peso politico del Piano Mattei nella gestione delle risorse climatiche italiane.

Ed è proprio questo il punto che dovrebbe aprire un vero dibattito pubblico, perché se il 70% di un Fondo climatico nazionale viene assorbito dentro una strategia geopolitica, non siamo più soltanto nel campo della cooperazione ambientale.

Siamo dentro un nuovo tassello di costruzione della nuova architettura del potere economico internazionale.

## FONTI

1 commento

    • Antonio De Simone il 22 Maggio 2026 alle 20:01
    • Rispondi

    Abbiamo sempre sostenuto la macabra manovra economica del piano Mattei, la politica èriuscita a distogliere l’attenzione , d’apprima con il reddito di cittadinanza , poi, con il bonus 110, continua con farm to fork e energy green, continua con Mercosur per poi avallare quella scelta,, intanto le diverse risorse vengono trasferite e gestite direttamente dall’esecutivo, ora il piano Mattei incomincia ad essere attenzionato dalla Corte dei Conti, i giudici palesano manovre sia Incostituzionali oltre che dannose per la piccola impresa territoriale, ora è necessario capire chi sono i soggetti che hanno contribuito nell’ottenere questi finanziamenti per fini non del tutto trasparenti. Sarebbe il caso di denunciare l’Esecutivo del Governo e il Ministero dell’Agricoltura per i danni causati alle piccole aziende Contadine , ormai e purtroppo estinte. infine una pesante critica a tutte le opposizioni del governo e alle associazioni di categoria per non essersi opposti a quest’altra scellerata avventura.

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