Chi produrrà il cibo pagherà il conto climatico dell’intera filiera e per tutti?

L’analisi di Altragricoltura sul rapporto dell’European Scientific Advisory Board on Climate Change

a cura dell’Osservatorio sulle crisi del
Centro di Documentazione e Ricerca di Altragricoltura

C’è una frase che da anni viene ripetuta nei documenti europei e nel dibattito pubblico come una verità assoluta: “Il sistema agroalimentare produce circa un terzo delle emissioni globali di gas serra”.

Il problema non è solo il dato in sé, ma il modo in cui viene usato politicamente. Un conto è parlare dell’intero sistema agroalimentare industriale e globalizzato. Un altro è scaricare quel peso direttamente sull’agricoltura e su chi lavora la terra. È proprio su questa ambiguità che si gioca uno degli scontri più delicati per il futuro delle campagne europee.

Altragricoltura lo denuncia con forza: se continua questa narrazione indistinta, il costo economico della transizione climatica rischia di ricadere soprattutto sulle spalle dell’anello più debole della filiera – gli agricoltori – mentre i grandi gruppi industriali, logistici e finanziari continueranno a mantenere margini, potere e controllo del mercato.

Il recente rapporto dell’European Scientific Advisory Board on Climate Change rilancia il tema sostenendo che il comparto agroalimentare europeo non stia riducendo le emissioni con la velocità richiesta dagli obiettivi climatici fissati per il 2040 e il 2050. Ma dentro questa discussione esiste una distinzione decisiva che troppo spesso viene taciuta: le emissioni agricole dirette non coincidono con quelle dell’intero sistema agroindustriale.

I dati parlano chiaro. L’agricoltura pesa per circa il 10-11% delle emissioni complessive dell’Unione Europea, mentre in Italia il contributo del settore agricolo e zootecnico è pari al 7,4% delle emissioni nazionali, secondo ISPRA. Dentro questa quota incidono soprattutto il metano prodotto dagli allevamenti, l’uso dei fertilizzanti chimici e la gestione dei reflui zootecnici. Numeri importanti, ma molto lontani dal peso di settori come energia, trasporti, industria manifatturiera ed edilizia.

Il nodo politico emerge quando Bruxelles allarga il perimetro parlando di agri-food system, cioè dell’intero sistema agroalimentare. In quel contenitore finisce di tutto: produzione dei fertilizzanti, trasformazione industriale del cibo, logistica internazionale, trasporti, catena del freddo, packaging, grande distribuzione e spreco alimentare. Lo stesso Advisory Board chiarisce che il sistema comprende tutta la filiera, “dalla produzione dei fertilizzanti fino ai consumatori”.

Le principali analisi scientifiche internazionali, dai database EDGAR della Commissione Europea agli studi pubblicati su Nature Food, mostrano che oltre metà delle emissioni attribuite al cibo viene generata fuori dai campi agricoli. Per Altragricoltura il rischio è evidente: sovrapporre questi due piani significa trasformare gli agricoltori nei responsabili climatici di un modello industriale globale di cui spesso sono le prime vittime economiche.

A questa confusione si aggiunge il tema della differenza tra i vari gas climalteranti. L’industria fossile immette nell’atmosfera CO₂ accumulata nel sottosuolo per milioni di anni, aumentando in modo permanente il carbonio presente nel sistema. La zootecnia produce invece soprattutto metano biogenico, che ha una permanenza atmosferica molto più breve e segue un ciclo biologico legato alla produzione agricola e foraggera.

Questo non significa negare l’impatto climatico del metano, ma riconoscere che CO₂ fossile e metano agricolo non possono essere trattati in modo identico senza distinguere origine, durata e dinamiche differenti.

Questa impostazione sta già ridisegnando la futura Politica Agricola Comune dopo il 2027. La direzione indicata dai documenti europei appare chiara: i fondi agricoli saranno sempre più legati agli obiettivi climatici e alla decarbonizzazione. Si parla di riduzione dei sostegni ai comparti considerati più emissivi, di integrazione tra aiuti PAC e target ambientali, di espansione del mercato dei crediti di carbonio e di nuovi meccanismi economici collegati alle emissioni aziendali.

Il rischio, secondo Altragricoltura, è che la PAC smetta progressivamente di essere una politica di sostegno alla produzione alimentare e al reddito agricolo per trasformarsi in una politica sempre più centrata sugli obiettivi climatici.

La transizione ambientale è necessaria, ma non può trasformarsi in una riduzione programmata della capacità produttiva europea.

Per decenni l’agricoltore è stato considerato un produttore di cibo e un presidio del territorio. Oggi rischia di diventare un semplice gestore ambientale a basso costo, chiamato a compensare emissioni prodotte altrove. Agli agricoltori si chiede contemporaneamente di produrre meno, ridurre allevamenti e fertilizzanti, sostenere nuovi costi burocratici e assorbire CO₂ nei suoli attraverso i meccanismi dei crediti di carbonio.

Ma senza reddito agricolo non esiste sostenibilità reale. Il rischio concreto è che la terra coltivata venga trasformata in una piattaforma di compensazione ambientale al servizio delle industrie più inquinanti e della finanza verde, mentre le aziende agricole continuano a vendere sotto i costi di produzione.

Questa contraddizione emerge anche sul piano commerciale. Se l’Europa riduce la propria capacità produttiva, il fabbisogno alimentare dei cittadini non scompare. Il cibo arriverà semplicemente da altri Paesi, spesso con meno controlli ambientali, minori diritti del lavoro e standard produttivi inferiori.

È il fenomeno del carbon leakage: le emissioni non vengono eliminate, ma spostate fuori dai confini europei. Bruxelles può così migliorare i propri bilanci climatici riducendo stalle e campi europei, mentre continua ad aprire il mercato a trattati di libero scambio come Mercosur. Il risultato rischia di essere paradossale: più dipendenza alimentare, più trasporti globali, nessun beneficio reale per il clima e ulteriore compressione del reddito agricolo europeo.

Gli agricoltori non hanno bisogno di lezioni sul cambiamento climatico. Lo vivono ogni giorno tra siccità, alluvioni, gelate e crolli produttivi. Il problema non è la sensibilità ambientale, ma il modo in cui viene gestita economicamente la transizione.

Per questo Altragricoltura sostiene che difendere il reddito agricolo non sia una battaglia corporativa, ma una questione strategica nazionale ed europea. Senza un reddito giusto per chi produce non ci saranno campagne più verdi, ma territori abbandonati, dissesto idrogeologico, concentrazione industriale del cibo e crescente dipendenza dall’estero.

L’Europa rischia di diventare climaticamente virtuosa sulla carta e alimentariamente dipendente nella realtà. Quando si cancella chi produce il cibo, non perde soltanto il mondo rurale: perde un intero Paese.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.