Le manifestazioni al Brennero contro il nemico esterno servono a distrarre dai problemi veri.

Editoriale di Altragricoltura

Made in Italy o Trucco Doganale?
La falsa battaglia sull’Articolo 60, la demagogia pelosa e la vera crisi dell’agricoltura italiana
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Da oltre vent’anni assistiamo sempre allo stesso copione: presìdi alle frontiere, slogan contro il “finto Made in Italy”, campagne mediatiche sul grano straniero e la promessa di una rivoluzione normativa che dovrebbe salvare, una volta per tutte, l’agricoltura italiana affidata al Ministro di turno che sale sul trattore immortalato dalle telecamere buone per le campagne elettorali.

Ovviamente il tutto è condito dalla denuncia dei “cattivi” che all’estero rubano il mercato del Made in Italy: i banditi sofisticatori del Parmesan che si appropriano fraudolentemente della nostra identità nazionale.

La più recente versione di questo copione è quella contro l’Articolo 60 del Codice Doganale dell’Unione Europea, la norma che attribuisce l’origine di un prodotto al paese in cui avviene l’ultima trasformazione sostanziale economicamente giustificata. In questo caso, basterebbe modificare quella regola per restituire dignità agli agricoltori e fermare gli inganni sul Made in Italy.

Ma la realtà è molto diversa. Quella contro l’articolo 60 assomiglia poco ad una battaglia per gli interessi degli agricoltori. È più un’operazione simbolica che da anni sostituisce l’obiettivo sindacale di riformare davvero le politiche agricole con campagne identitarie prive di effetti concreti. Mentre si organizzano manifestazioni spettacolari ai valichi di frontiera, nelle campagne italiane continuano a sparire aziende agricole, aumenta l’indebitamento, si riduce il potere contrattuale dei produttori e interi territori vengono progressivamente abbandonati. Nel frattempo il Made in Italy della speculazione commerciale e dell’agroindustria senza più il prodotto delle nostre terre continua a crescere.

L’agricoltura italiana non è entrata in crisi per colpa del Codice Doganale europeo. È entrata in crisi perché per decenni sono state smantellate tutte le forme reali di tutela economica del lavoro agricolo. Sono spariti i prezzi minimi garantiti, la programmazione produttiva, le politiche pubbliche di stoccaggio, il controllo delle speculazioni e gli strumenti capaci di difendere il reddito contadino. Nel frattempo i costi di produzione sono esplosi: carburanti, fertilizzanti, sementi, energia, credito, logistica. Eppure troppo spesso agli agricoltori viene ancora riconosciuto un prezzo inferiore ai costi di produzione. È qui che nasce la crisi vera.

La campagna contro l’articolo 60 punta a trasformare un problema economico e strutturale in una guerra identitaria. La rabbia delle campagne viene indirizzata contro “lo straniero”, contro il prodotto importato, contro il “falso Made in Italy”, evitando accuratamente di affrontare il vero nodo della questione: la distribuzione del valore lungo la filiera agroalimentare. Il problema non è l’esistenza delle importazioni. Il problema è che gli agricoltori italiani vengono pagati troppo poco mentre altrove, nella stessa filiera, si concentrano margini, potere commerciale e capacità contrattuale. Un agricoltore non fallisce perché entra grano canadese. Fallisce quando produce sotto costo mentre altri continuano a generare valore sul suo lavoro.

Ed è qui che emerge la più grande contraddizione di questa vicenda. La battaglia contro l’articolo 60 viene proposta da soggetti che rappresentano contemporaneamente agricoltori, industria di trasformazione, gruppi commerciali e imprese che basano il proprio modello produttivo proprio sull’importazione di materie prime estere. Gli stessi ambienti che pubblicamente denunciano il “cibo straniero”, spesso sono quelli che gestiscono quotidianamente i flussi di import necessari a far funzionare mulini, pastifici, torrefazioni e industrie alimentari.

Del resto tutti sanno che questa battaglia non arriverà mai fino in fondo. Modificare davvero il Codice Doganale europeo significherebbe mettere in discussione equilibri commerciali che sostengono anche una parte rilevante dell’export agroalimentare italiano.

L’Italia, infatti, non è diventata una potenza agroalimentare grazie all’autosufficienza delle materie prime. È diventata leader mondiale grazie alla capacità di trasformazione. Non produciamo caffè, cacao e molte delle materie prime che utilizziamo, eppure il mondo riconosce come italiane l’arte della tostatura, della molitura, della pastificazione e della lavorazione alimentare.

Se il valore fosse soltanto nel luogo di coltivazione, l’Italia cesserebbe di essere una potenza manifatturiera agroalimentare per diventare un semplice paese di confezionamento. Il Made in Italy non è una truffa solo se esiste una trasformazione reale, qualificata, tracciabile e riconoscibile. La truffa nasce semmai quando il mito del Made in Italy viene usato per nascondere il crollo del reddito agricolo.

E poi esiste un problema che quasi nessuno ha il coraggio di affrontare: cosa accadrebbe davvero se si imponesse una rigidità assoluta sull’origine delle materie prime? Nel caso dei blend di grani, delle miscele o delle produzioni variabili, si aprirebbe una giungla burocratica fatta di deroghe, percentuali, certificazioni, controlli e contenziosi infiniti. A sopravvivere sarebbero i grandi gruppi industriali, dotati di uffici legali e strutture amministrative enormi. A pagare il prezzo più alto sarebbero invece i piccoli mulini, i pastifici artigianali, le torrefazioni, le imprese familiari e tutto quel tessuto produttivo che rappresenta il vero valore distintivo dell’agroalimentare italiano. Difendere l’agricoltura non può significare distruggere l’artigianato di trasformazione che storicamente dà valore economico alle produzioni agricole.

La verità è che la sovranità alimentare non si costruisce con le campagne mediatiche alle frontiere. Si costruisce garantendo reddito agricolo, contratti equi, trasparenza obbligatoria, reciprocità commerciale, tutela contro le pratiche sleali e diritto dei cittadini a conoscere l’origine reale degli ingredienti. La trasparenza è fondamentale, ma deve servire a informare il consumatore, non a creare propaganda. Chi produce davvero 100% italiano deve poter valorizzare quella scelta. Chi utilizza materie prime estere deve dichiararlo con chiarezza. Sarà il consumatore a decidere il valore di quella trasparenza, non una guerra doganale costruita per alimentare consenso politico.

Per troppo tempo il tema del Made in Italy è stato trasformato in un teatro permanente utile a nascondere il fallimento delle politiche agricole. Mentre si organizzavano battaglie simboliche, migliaia di aziende chiudevano nel silenzio generale. Difendere la terra significa affrontare il problema del valore distribuito nella filiera, non inventare guerre doganali irrealizzabili. La sovranità alimentare non si misura con un timbro burocratico. Si misura dalla capacità di garantire futuro economico, dignità e reddito a chi coltiva davvero questa terra.

Quando finirà la pantomima periodicamente orchestrata di sindacati che, di fronte al dilagare non più occultabile della crisi della nostra piccola e media impresa della produzione, invece di dare conto del proprio fallimento facendo un bagno di umiltà utile a riaprire la prospettiva delle Riforme, continueranno a chiamare a raccolta al Brennero contro i nemici stranieri alle porte?

E quando il ministro di turno, invece che andare a prendersi la clack salendo sul trattore in favore di telecamere, metterà mano alle misure vere che servono di fronte al rischio mortale di un Made in Italy senza gli agricoltori, i pescatori e i trasformatori artigianali e di un prezzo insostenibile per i cittadini fruitori?

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