Di fronte alla crisi drammatica che sta spingendo fuori mercato tanta parte delle piccole e medie aziende agricole italiane, Altragricoltura ha più volte avanzato proposte di interventi per garantire i redditi agricoli e per riequilibrare le condizioni di accumulazione del valore lungo le filiere. Due sono le argomentazioni avanzate per negare la possibilità: interventi regolatori altererebbero il “libero mercato”, l’Europa già interviene a equilibrare i mercati con l’OCM ed altre misure quadro della PAC. Questa analisi del Centro di Documentazione e Ricerca di Altragricoltura, senza accettare come dogmi queste due argomentazioni, delinea il quadro dentro cui andrebbe riaperta la discussione ponendo domande cui le istituzioni europee dovrebbero dare risposte soprattutto considerando i risultati delle sue strategie per “tutelare i redditi agricoli”: i redditi degli agricoltori europei sono il 60% della media degli altri settori produttivi, in Italia in venti anni hanno chiuso oltre il 50% delle aziende della pesca e agricole (meno 500.000 solo negli ultimi dieci anni).
Centro di Documentazione e Ricerca
di Altragricoltura
A Bruxelles viene ripetuto come un principio tecnico. Nelle campagne europee si traduce in un fatto brutale: chi produce cibo non decide il prezzo del proprio lavoro.
Il sistema nasce lontano, dentro la Organizzazione Mondiale del Commercio, dove le regole del commercio globale sono costruite su un principio semplice e radicale: riduzione delle barriere, apertura dei mercati, limitazione degli strumenti di intervento pubblico.
Questo non è un effetto collaterale. È la conseguenza diretta di un modello in cui ogni intervento sui prezzi viene considerato una distorsione del mercato anche se è un intervento giusto.
Dentro questo perimetro si muove la Unione Europea, che non è spettatrice ma uno degli attori principali del sistema. Attraverso la Politica Agricola Comune e strumenti come l’OCM1 (Organizzazione Comune dei Mercati), l’Europa non solo recepisce queste regole, ma le traduce in norme che incidono direttamente sul reddito agricolo, sulla formazione dei prezzi e sulla gestione delle crisi.
Il risultato è un impianto che, pur dichiarando l’obiettivo di tutelare gli agricoltori, opera dentro una cornice in cui il mercato resta il principale regolatore. E nel mercato, la distribuzione del potere non è mai simmetrica.
Secondo analisi della Commissione Europea e dell’OCSE, lungo la filiera agroalimentare la quota del valore riconosciuta ai produttori primari è spesso minoritaria rispetto al prezzo finale. In diversi settori strategici, la trasformazione industriale e la grande distribuzione concentrano la parte più significativa del margine economico.
É stata ISMEA che ha certificato la realtà del nostro mercato: in Italia su cento euro spesi dal consumatore per l’acquisto di prodotti agricoli freschi, meno di 20 euro remunerano il valore aggiunto degli agricoltori, ai quali, sottratti gli ammortamenti e i salari, resta un utile di 7 euro, contro i circa 19 euro del macro-settore del commercio e trasporto. Per i prodotti trasformati, che implicano un passaggio in più dalla fase agricola a quella industriale, l’utile della agricoltore si riduce a 1,5 euro pari a 2,2 euro, contro i 13,1 euro del commercio e trasporto.
Dietro questi numeri si nasconde una dinamica che non è transitoria ma svela mutamenti strutturali che hanno un effetto profondo sulla stessa composizione delle filiere. Negli ultimi vent’anni, la concentrazione della distribuzione organizzata ha ridotto drasticamente il numero degli acquirenti effettivi sul mercato, trasformando quello che formalmente è un mercato concorrenziale in un sistema di fatto oligopolistico.
È dentro questa struttura che si inserisce il percorso dell’ennesima riforma dell’OCM su cui si sta decidendo in Europa. Con un linguaggio apparentemente “asettico e tecnico”, il testo viene presentato come un rafforzamento delle tutele per gli agricoltori: contratti scritti, organizzazioni dei produttori, strumenti di stabilizzazione.
Ma è proprio nei dettagli tecnici (o nella lettura apparentemente neutrale) che si apre la frattura politica.
I contratti scritti, indicati come una delle principali innovazioni, non introducono un meccanismo generale e vincolante che leghi il prezzo ai costi di produzione. Allo stesso modo, non viene previsto un sistema strutturale che impedisca, in modo efficace e generalizzato, pratiche di acquisto a condizioni economicamente insostenibili per i produttori.
Una domanda è inevitabile: perché si continua a parlare di tutela del reddito agricolo senza intervenire sul punto centrale, cioè la formazione del prezzo?
Il nodo non è teorico. È pratico. Ed è qui che il sistema mostra la sua asimmetria. In un mercato formalmente libero, la grande distribuzione e l’industria di trasformazione operano con un livello di concentrazione tale da poter influenzare condizioni, volumi e prezzi su scala europea. Il produttore agricolo, invece, resta vincolato a costi crescenti e a un potere contrattuale frammentato.
E allora la domanda diventa ancora più diretta: quali strumenti reali sono stati introdotti per limitare il potere della distribuzione nella compressione dei prezzi alla produzione? Ancora: esiste una proposta concreta per rendere obbligatoria la trasparenza dei margini lungo tutta la filiera, dal campo allo scaffale?
Nel frattempo, il sistema continua a muoversi dentro una contraddizione sempre più evidente. L’Europa impone standard ambientali e sanitari tra i più rigorosi al mondo ai propri agricoltori, ma allo stesso tempo importa prodotti da Paesi terzi con standard di sicurezza alimentare e produttivi nettamente più bassi.
I nodi non sono tecnici,sono politici; occorrono semmai approcci tecnici coerenti con le scelte che si vogliono perseguire e che vanno orientati a sciogliere ambiguità dando risposte utili e vere a tutelare i redditi agricoli. Ne indichiamo alcuni.
- Come si giustifica l’ingresso sul mercato europeo di prodotti che non rispettano gli stessi standard richiesti ai produttori interni? Perché non sono state introdotte clausole di reciprocità realmente vincolanti, in grado di impedire la concorrenza basata su regole diseguali?
- Quali garanzie reali esistono affinché il potere negoziale rafforzato arrivi realmente agli agricoltori e non si concentri ai livelli intermedi della filiera? Un esempio di come i meccanismi tecnici possono tradursi in rischi di ulteriore marginalizzazione del ruolo dei produttori sono in Italia le Organizzazioni dei Produttori in Italia. Strumenti pensati per rafforzare il potere contrattuale degli agricoltori rischiano, in diversi casi, di trasformarsi in ulteriori livelli intermedi di gestione del valore vincolando i produttori .
- La gestione delle crisi agricole mostra limiti strutturali. La riserva di crisi europea, pari a poche centinaia di milioni di euro annui, appare insufficiente rispetto all’intensità e alla frequenza degli shock climatici e di mercato. Può essere considerato adeguato un sistema di gestione delle crisi con risorse così limitate rispetto ai danni reali? non sarebbe necessario un fondo strutturale di stabilizzazione dei redditi agricoli dotato di risorse e di strumenti attuativi adeguati, svincolato dalla logica emergenziale?
- Si chiede agli agricoltori di essere il perno della transizione ecologica, ma senza riconoscere loro il potere economico necessario per sostenerla. É sostenibile un modello che scarica sui produttori i costi della trasformazione ambientale senza garantire la sostenibilità economica delle aziende?
- La crescente digitalizzazione dei controlli introduce un ulteriore livello di pressione amministrativa. Il monitoraggio satellitare della PAC e i sistemi di controllo digitale vengono presentati come strumenti di semplificazione, ma sul campo sono spesso percepiti come un aumento della complessità gestionale e del rischio sanzionatorio. La digitalizzazione sta realmente semplificando il lavoro agricolo o sta rendendo la burocrazia più pervasiva?
- Quali soggetti del mondo agricolo sono realmente ascoltati nella definizione della riforma, oltre ai grandi attori organizzati? Il processo decisionale europeo si fonda su interlocuzioni istituzionali strutturate, ma il mondo agricolo reale è frammentato e spesso rappresentato in modo parziale. Quale è la strategia per uscire dal rischio di “contrattare la riforma solo con le lobbies sindacali organizzate?
CONCLUSIONE: IL NODO DEL POTERE
Al di là dei tecnicismi, il cuore della questione è uno solo. Il sistema agricolo europeo continua a dichiarare obiettivi di tutela del reddito, sostenibilità e stabilità delle filiere, ma evita di intervenire in modo strutturale sul punto decisivo: la distribuzione del potere lungo la filiera.
Il problema non è tanto la mancanza di strumenti. Il problema è la scelta politica di non usarli o di usarli solo per rafforzare chi nelle filiere è già forte. Perché intervenire davvero sulla formazione del prezzo significherebbe redistribuire potere. Ed è esattamente questo che il sistema, oggi, evita.
Non siamo di fronte a un mercato che non funziona. Siamo di fronte a un mercato che funziona perfettamente… per chi ha il potere di decidere i prezzi.







