Giorgio Bonacini, agricoltore emiliano componente della Direzione nazionale di Altragricoltura, interviene con una sua riflessione all’indomani della mobilitazione del COAPI del 6 e 7 marzo a Roma, contribuendo al dibattito sul “CHEFARE?”
Come l’accordo Mercosur tradisce l’agricoltura che rigenera la terra. Chi rigenera il suolo non può competere con chi lo consuma. Eppure l’Europa sta chiedendo proprio questo agli agricoltori che la custodiscono.
di Giorgio Bonacini
Agricoltore e allevatore biologico, Presidio Slow Food. Dirigente Altragricoltura
In Emilia-Romagna, terra che ha costruito la propria identità sulla qualità del cibo e sulla cultura contadina, si sta consumando un paradosso silenzioso. Da una parte le istituzioni chiedono agli agricoltori di essere i custodi del Green Deal europeo, i guardiani del suolo, della biodiversità e del paesaggio. Dall’altra l’Europa firma accordi commerciali che mettono direttamente a rischio proprio quel modello agricolo che dice di voler difendere.
L’accordo UE–Mercosur non è soltanto una questione commerciale. È uno scontro tra due modelli agricoli incompatibili
Da una parte c’è un’agricoltura come quella che pratico nella mia azienda: biologica, radicata nel territorio, impegnata nella rigenerazione del suolo e nella tutela della biodiversità; un’agricoltura che vive di equilibrio tra produzione, ambiente e comunità locale. Dall’altra c’è un modello industriale fondato su enormi latifondi, filiere globali e costi ambientali scaricati sui territori. Non è una competizione alla pari. È una resa annunciata.
Le istituzioni europee assicurano che l’accordo sarà bilanciato da “clausole di salvaguardia”. Ma l’analisi pubblicata da Altragricoltura dimostra una realtà molto diversa. Le salvaguardie intervengono solo quando il danno è già grave e dimostrabile. Non quando una stalla chiude. Non quando un territorio perde decine di aziende. Non quando un presidio agricolo scompare.
Per dimostrare il danno servono anni di dati economici negativi: calo dei prezzi, perdita di quote di mercato, riduzione del reddito. Solo dopo un lungo periodo di crisi può partire un’indagine europea, complessa e lenta, la cui decisione finale resta comunque discrezionale.
Per un piccolo allevatore biologico che lavora per rigenerare il suolo a Reggio Emilia questo significa una cosa molto semplice: quando l’Europa riconoscerà il problema, molte aziende saranno già chiuse. È come decidere di intervenire su un incendio solo quando la casa è ormai bruciata.
C’è poi un altro elemento che rende queste salvaguardie ancora più difficili da attivare. Il danno non deve essere semplicemente reale o grave per un territorio: deve essere considerato grave su scala europea. Questo significa che non basta dimostrare che un settore entra in crisi in una regione, neppure se quella regione rappresenta una delle eccellenze agricole del continente.
Paradossalmente, anche se un territorio come l’Emilia-Romagna — una delle capitali europee della qualità agroalimentare — vedesse chiudere centinaia di stalle e aziende agricole, questo potrebbe non essere considerato sufficiente per attivare le misure di salvaguardia. Perché il danno dovrebbe risultare significativo sull’intero mercato europeo. In altre parole, può morire un territorio agricolo intero senza che questo venga riconosciuto come un problema sistemico.
Le eccellenze territoriali, che in teoria dovrebbero essere il cuore del modello agricolo europeo, diventano così irrilevanti nella valutazione delle crisi di mercato. Se il danno resta confinato a una regione — anche se quella regione è uno dei simboli dell’agricoltura europea — il meccanismo può semplicemente non scattare. È una logica burocratica che capovolge il senso stesso della politica agricola: invece di prevenire la scomparsa dei sistemi agricoli locali, si aspetta che la crisi diventi abbastanza grande da colpire l’intero continente. Quando questo accadrà, però, molte aziende saranno già sparite.
Chi lavora in biologico lo sa bene: produrre rispettando il suolo costa fatica, competenze e tempo. Significa rinunciare a molte molecole chimiche. Significa rispettare cicli naturali più lunghi. Significa mantenere rotazioni colturali, prati stabili, biodiversità. Significa anche accettare costi più alti per proteggere l’ambiente e la salute dei cittadini. Ma mentre agli agricoltori europei si chiedono standard sempre più elevati, l’accordo Mercosur apre il mercato a produzioni realizzate in contesti completamente diversi: grandi allevamenti industriali, uso di sostanze vietate in Europa, sistemi agricoli legati alla deforestazione. Non è concorrenza. È dumping ambientale.
Il problema non riguarda solo il reddito degli agricoltori. Riguarda l’equilibrio dei territori. Quando un’azienda agricola chiude non perdiamo soltanto produzione. Perdiamo sovranità alimentare, perché diventiamo sempre più dipendenti da filiere globali lunghe e fragili. Perdiamo biodiversità, perché scompaiono razze locali, varietà vegetali e sistemi agricoli adattati ai territori. Perdiamo resilienza climatica.
Un suolo rigenerato trattiene acqua, assorbe carbonio e protegge il territorio dalle crisi climatiche. Un suolo abbandonato o sfruttato perde queste capacità. In una regione fragile come l’Emilia-Romagna, già segnata dal consumo di suolo e da eventi climatici estremi, questo significa indebolire la sicurezza del territorio.
Con la mia azienda agricola faccio parte dei Presìdi Slow Food. Questo significa custodire biodiversità, tradizioni e saperi agricoli che rischiano di scomparire. Ma un presidio non è soltanto un prodotto di qualità. È una comunità agricola. È un sistema di relazioni tra agricoltori, allevatori, trasformatori e territorio. Un Presidio Slow Food nasce per salvare un cibo, una razza, una tradizione.
Ma senza agricoltori che possano vivere del loro lavoro non resterà nulla da presidiare: né il cibo, né il paesaggio, né la terra. Se le aziende agricole che mantengono questi sistemi scompaiono, non perdiamo solo una produzione alimentare. Perdiamo un patrimonio culturale costruito in secoli di storia. Nessuna clausola commerciale potrà restituire ciò che viene distrutto.
La domanda più scomoda resta però un’altra. Dov’è stata l’opposizione? Dove sono le grandi organizzazioni sindacali agricole che dovrebbero difendere il reddito degli agricoltori? Dove sono i rappresentanti politici che celebrano la Food Valley nelle fiere internazionali ma accettano accordi che mettono quel modello in competizione con sistemi agricoli completamente diversi?
La verità è che si è scelta la prudenza. Non disturbare gli equilibri commerciali. Non mettere in discussione le grandi filiere industriali. Si è accettato che l’agricoltura fosse la merce di scambio per favorire altri settori dell’economia europea.
Essere agricoltori Slow Food oggi significa fare politica con ogni seme che si pianta e con ogni campo che si rigenera. Ma gli agricoltori non possono essere lasciati soli. Se la politica e le organizzazioni agricole non tornano a difendere il reddito contadino e la salute del suolo, la Food Valley rischia lentamente di trasformarsi in un distretto industriale del cibo, dove la terra non è più un bene comune ma soltanto una variabile economica. Il suolo non è una merce.
È il patrimonio che abbiamo ricevuto e che dovremmo consegnare alle generazioni future. Per questo la domanda che dobbiamo porci è semplice: vogliamo un’agricoltura che rigenera la terra o un sistema che la consuma fino a svuotarla? La risposta non riguarda soltanto gli agricoltori. Riguarda il futuro dei nostri territori, riguarda le nostre comunità, riguarda il futuro dei nostri figli
