La terra, il lavoro agricolo e la qualità del cibo: poniamoli tutti al centro del dibattito

Ospitiamo il contributo di Francesca Petrini, presidente nazionale della CNA Agroalimentare, olivicoltrice e frantoiana biologica nelle Marche che interviene nel dibattito aperto con il FORUM CHEFARE.

di Francesca Petrini

C’è un filo rosso che lega tutto: la terra, il lavoro agricolo e la qualità del cibo che arriva sulle nostre tavole. Negli ultimi anni abbiamo iniziato a parlare di crisi agricola come se fosse un fenomeno improvviso.

In realtà più osserviamo ciò che sta accadendo, più appare chiaro che non si tratta solo di una crisi ma di una profonda e preoccupante trasformazione della natura stessa dell’agricoltura. La terra sta progressivamente perdendo il suo significato originario. Non è più considerata prima di tutto un bene produttivo, una fonte generatrice di cibo, ma sempre più un asset finanziario, un bene rifugio, un oggetto di investimento e di rendita.

In questo scenario l’agricoltore è solo, schiacciato tra costi crescenti, margini ridotti e una competizione sleale, non più con altri agricoltori ma con realtà totalmente estranee con finalità diverse da quelle prettamente agricole.

L’accaparramento delle terre, la concentrazione fondiaria, la pressione di nuovi interessi , energetici, infrastrutturali, finanziari, stanno ridisegnando il paesaggio agricolo italiano ed europeo. E mentre la terra aumenta di valore, chi la lavora fatica sempre di più a sopravvivere, schiacciato da costi e debiti.

È un paradosso che dovrebbe farci riflettere: la terra vale sempre di più, ma l’agricoltura vale sempre di meno. Eppure, dentro questa trasformazione c’è un rischio ancora più grande, che riguarda tutti noi. Perché quando cambia il rapporto tra terra e agricoltura, cambia inevitabilmente anche il rapporto tra cibo e società.Se la terra diventa una commodity finanziaria, anche il cibo segue la stessa logica.

E infatti è ciò che sta accadendo.

Il cibo, sempre più spesso, viene ridotto a prodotto standardizzato, progettato per il mercato più che per la salute. Gli alimenti ultraprocessati hanno progressivamente sostituito i prodotti freschi, la preparazione domestica, il legame con il territorio. Mangiamo, ma sempre più spesso non ci nutriamo davvero. È qui che il tema del “benessere a tavola” assume un significato molto più profondo. Non è solo una questione di dieta o di scelte individuali.

È il risultato di un sistema. Un sistema in cui la qualità nutrizionale del cibo dipende direttamente da come viene gestita la terra, da come è organizzata la filiera, da chi detiene il controllo delle risorse. Per questo non possiamo separare il tema agricolo da quello alimentare.

Se vogliamo cibo sano, dobbiamo avere un’agricoltura sana. Non è così ovvio come sembra.

Se vogliamo qualità, dobbiamo difendere chi quella qualità la produce. In questo contesto, il ruolo dell’agricoltura diffusa e della filiera artigianale diventa centrale. Non per una visione nostalgica, ma per una ragione molto concreta: sono ancora oggi i modelli che meglio preservano il legame tra territorio, produzione e valore nutrizionale del cibo.

La dieta mediterranea, che continuiamo a indicare come modello, non è un concetto astratto. Esiste solo se esiste un sistema agricolo e produttivo che la rende possibile. Senza agricoltori, senza comunità rurali, senza filiere locali, quel modello diventa uno slogan vuoto. E allora la vera domanda che dobbiamo porci non è solo come sostenere gli agricoltori, ma quale futuro vogliamo costruire. Vogliamo un’agricoltura fatta di comunità vive, radicate nei territori, capace di produrre cibo di qualità?

Oppure un sistema in cui la terra è una piattaforma produttiva gestita dai grandi fondi di investimento e il cibo una semplice variabile industriale? Difendere la terra oggi significa difendere molto più dell’agricoltura.

Significa difendere il diritto al cibo, la sua qualità, la salute delle persone, l’equilibrio dei territori e, in ultima analisi, una forma di democrazia economica. Il futuro del sistema agroalimentare si gioca tutto qui: nel rapporto tra terra, lavoro e valore.

E se vogliamo davvero parlare di benessere della catena alimentare, dobbiamo avere il coraggio di rimettere questi elementi al centro del dibattito pubblico.

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